Tra tutti i nuovi volti che hanno anche soltanto provato ad affacciarsi sui prosceni dell'asfittico
music-business nipponico, quello di
Yasuha Kominami, oltre che effettivamente tra i più apprezzati dal pubblico, si è rivelato essere tra i pochissimi capaci anche soltanto di mettere in discussione meccanismi fin troppo consolidati, e fornire un
twist diverso rispetto a una carcassa marcescente (quale è il
j-pop da anni) che da tempo immemore insiste su dinamiche consunte, ormai incapaci di qualsiasi spunto ulteriore. Abrasiva scorza punk con un cuore di trepida dolcezza, la musica della giovane cantautrice di Hyougo, in fuga dai dettami dell'annacquato pop-rock collegiale
made in Japan e con un ardore che la metteva in lizza come la più verosimile erede di Ringo Shiina, si è rivelata, uscita dopo uscita, un caleidoscopio dalle molteplici sfaccettature, un ibrido cantautorale dalla buona personalità e di una discreta plasticità, per quanto ancora troppo indisciplinato e bisognoso di una più attenta messa a fuoco.
Le speranze che il primo albo lungo potesse finalmente sistemare quei lievi difetti in fase di scrittura e composizione erano quindi alte, complice la consapevolezza artistica del progetto e un talento che aveva ben poco da lasciare indifferenti. E invece “Chimera”, uscito grosso modo un anno addietro, deluse in misura considerevole. Con i pochissimi inediti a non riuscire a tenere minimamente testa al materiale già edito, e con una scelta di quest'ultimo a destare parecchie perplessità (troppo lo spazio concesso alle
ballad, decisamente più contenuto nel minutaggio l'aspetto più punk e sbarazzino dell'arte di Yasuha), finì per assopire gran parte delle aspettative riposte, vanificando l'ipotesi di una nuova genia di autrici pronte a mettere a ferro e fuoco i canoni del
j-pop.
Questione di percezioni errate? Possibile, ma a giudicare dall'ultimo Ep uscito qualche mese addietro (sembrerebbe proprio trattarsi del suo formato espressivo d'elezione), la signorina Kominami mostra invece di aver tutt'altro che esaurito le cartucce al primo scoglio importante della sua carriera, che di carne al fuoco ne ha ancora da mettere, per sua e per nostra fortuna. Sì, è vero che gran parte dell'ardore punk degli “esordi” già è svaporato, che le grattate quasi noise di chitarra sono un ricordo da portarsi appresso e nulla più, eppure, anche in questi nuovi costumi più addomesticati nelle forme, s'intuisce senza sforzo il fuoco artistico di una musicista la cui espressività ancora non sembra conoscere barriere.
E quindi, vai di argute e spiritose intersezioni acustico-elettrico, in una nuova dimostrazione di carattere e spigliatezza dalle note di “3355411”, vetta di malizia che non si sbaglia ad accostare all'impeto sbarazzino di una “Usotsuki to Salvador”. Se poi la Nostra vuol dimostrare di possedere una scrittura realmente solida, le basta imbracciare una chitarra e darci dentro, forte del suo solo talento melodico, per un pezzo come “Mizuko Petenshi”, che mostra a una
Ida Maria come avrebbe potuto proseguire la sua carriera senza insipide sofisticazioni da raffinata rockstar. Il pre-pensionamento può ancora aspettare, insomma.
Poi, sì, i difetti nell'interpretazione (la voce talvolta continua a lanciarsi in acuti gracchianti davvero fuori contesto), o l'ostinazione nel cedere senza alcun compromesso al lato più romantico della propria indole (la timidezza pianistica di “Cat Diver”) continuano a persistere, ma i picchi in negativo della più ampia raccolta precedente qui faticano a essere riscontrati, per non dire che proprio mancano. Basta lo stacco funk di “Borderline”, calato in un
pattern midtempo tutto passione e trasporto, a far scorgere nuove traiettorie da prendere, possibili percorsi da approfondire.
Il coraggio e la voglia, insomma, non mancano; quel che ormai si teme sono le eventuali intromissioni da parte di un'etichetta smaniosa di lanciarla al grande pubblico. Si confida che simili timori vengano sventati.