Du Blonde

Welcome Back To Milk

2015 (Mute) | alt-rock, glam-rock, songwriter

Con tutto che di questi tempi l'eclettismo non rappresenta di certo una particolarità espressiva di chissà quale rilevanza, riuscire nell'intento di dominarlo, di incanalarlo in una visione che riconduca espressamente alla personalità di chi ne fa ricorso, è tutto un altro paio di maniche. Il rischio di finire schiacciati da decisioni non valutate con la dovuta cautela, di inserirsi in contesti dei quali manca una lettura forte e caratterizzante, è sempre dietro l'angolo: ritrovare la strada maestra diventa poi un'impresa ancora più ardua di quanto potrebbe sembrare.
Il percorso che ha portato l'esplosiva Beth Jeans Houghton all'ideazione e infine alla pubblicazione del suo secondo disco ha svelato in parte risvolti accostabili a quanto scritto; la differenza sta tutta in un lieto fine che non soltanto ha ribadito la forza indomita di una musicista con ben pochi eguali attualmente, ma che, se possibile, ha finito con il rilanciare un nome che altrimenti pareva sempre più destinato a un culto per pochi.

Nei tre anni che hanno separato questo “Welcome Back To Milk” da “Yours Truly, Cellophane Nose”, a essere cambiato non è soltanto il moniker, la ragione sociale che accompagna la pubblicazione del lavoro. Per farla breve, si potrebbe dire che è stata l'intera vita della Houghton a ricevere un profondo scossone, al punto che un disco che sembrava ormai in procinto di essere completato è stato poi totalmente scartato, e il processo di realizzazione che ha condotto all'agognato secondo album si è rivelato poi comunque travagliatissimo, tra riscritture e ulteriori ripensamenti. Averlo tra noi, questo nuovo risultato dell'aitante cantautrice inglese, già di per sé è un piccolo miracolo; ritrovare la stessa energia e freschezza dell'esordio impressa in una svolta così drastica corrobora ancora maggiormente l'idea.
Ripetere lo straordinario florilegio di tre anni fa sarebbe stato infatti non soltanto inutile, ma addirittura dannoso. Approfondita a fondo quella vena nell'arco di quei dieci brani, esplorate le possibilità di un folk da camera dalle forti tinte barocche e dalla quasi totale assenza di interventi chitarristici, a questo punto non restava che sconfessare l'approccio, inventarsi una nuova strada maestra su cui lasciar fluire la propria personalità. Messi a riposo i suoi indomiti palafreni, con il solo ornamento di un pelliccione e di un paio di sneaker, la Houghton silenzia archi e rifiniture classicheggianti e punta dritta a una sensibilità convintamente rock, che dello spettro canonico del genere fa com'era prevedibile larghissimo uso.

Ciò non implica in ogni caso che l'interpretazione che la Nostra dà di quei quattro soliti strumenti sia propriamente quella che ci si può aspettare. Foggiato sulla sensibilità curiosa e indomabile della Houghton, con picchi di lirismo che si avvinghiano attorno alle sue imprevedibili sviate vocali, e una rutilante epica western che informa molti degli episodi migliori dell'album (“Chips To Go”, “Young Entertainment”), “Welcome Back To Milk” è opera composita e articolata, tanto abile nello sfruttare stilemi glam-rock senza scadere nella farsa, quanto convincente nel suo ampio dispiego di richiami punk e hardcore, che amplificano le direttive stilistiche evitando con cura l'effetto mischione.
Giostrando il suo irruento fervore teatrale tra pezzi a tutta elettricità (l'introduttiva “Black Flag”, con un cipiglio da vera diva hard-rock; “Hard To Please”, con le sue imponenti accelerazioni ritmiche e le fantasiose sviate in scia noise) e più accorate aperture alla rock-ballad (la glam-romanza “After The Show”, il lento per solo pianoforte “Four In The Morning”, tra i più potenti saggi della sfaccettata espressività vocale della Houghton) il disco si piega docilmente al volere del demiurgo-Du Blonde, che impone nuovamente il suo marchio anche in un circondario così discosto dai suoi trascorsi.

Vero è che qualche lieve defaillance qua e là affiora nel corso di una tracklist nuovamente contenuta nel minutaggio (“Hunter” sconta una lieve prevedibilità di scrittura, “Mind Is On My Mind”, con il contributo di Samuel T. Herring dei Future Islands, appare forzatamente concisa, troncata sul più bello, con tutto che gli interventi di chitarra sono tra i più interessanti della collezione), ma nel complesso l'operato della Houghton tiene testa senza grandi patemi anche a questa svolta.
Nella nuova determinazione che traspare da testi decisi, coscienti, possenti nel mettere a nudo situazioni e rapporti non propriamente idilliaci, l'autrice ritrova la stessa autentica fierezza del passato in un cambio d'abito che in fondo risulta più connaturato ed essenziale al suo percorso di quanto di primo impatto si potrebbe pensare. Si ritorna insomma al punto iniziale di questa recensione: c'è chi l'eclettismo lo sa dominare e chi invece ne viene irrimediabilmente dominato. Indovinate un po' da che parte pende l'ago della bilancia.

(03/07/2015)

  • Tracklist
  1. Black Flag
  2. Chips To Go
  3. Raw Honey
  4. After The Show
  5. If You're Legal
  6. Hunter
  7. Hard To Please
  8. Young Entertainment
  9. Mr. Hyde
  10. Four In The Morning
  11. Mind Is On My Mind (ft. Samuel T. Herring)
  12. Isn't It Wild


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