Romare

Projections

2015 (Ninja Tune) | elettronica, sound-collage

Di questi tempi, il meticciato stilistico e il sincretismo culturale non sono di certo pretesti argomentativi tali da destare chissà quale scalpore, specialmente se inerenti a un ambiente come quello musicale che vi ricorre con estrema scioltezza (per non dire sfacciataggine) ormai da decenni. Per non parlare poi del sound-collage: in un'epoca in cui c'è chi questo metodo lo sfrutta per poi farlo letteralmente a pezzi, non è poi questa grande trovata di genio, in fin dei conti. Se di certo questo non è proprio il periodo delle grandi rivoluzioni, esiste però sempre la possibilità di operare con le sfumature, di costruirsi la propria nicchia espressiva anche mediante espedienti compositivi ampiamente consolidati: Romare risponde perfettamente a questo ipotetico identikit.
Di stanza nella instancabile capitale inglese, con una solida gavetta alle spalle nella scena Uk-bass (due Ep negli scorsi anni a testimoniarne l'affiliazione), Archie Fairhurst approda ai blasoni della Ninja Tune con un notevole bagaglio d'esperienza alle spalle e con la voglia di dire la sua, rendendo, perché no, onore al moniker che tanto fieramente porta. In onore all'artista Romare Bearden, che attraverso i suoi oli e collage inquadrava e interpretava la vita della comunità afro-americana, l'attuale operato del sound-artist inglese tenta infatti un procedimento concettuale simile, racimolando estratti sonori propri della cultura musicale nera del passato e del presente, e ricomponendoli in forme e giustapposizioni imprevedibili, in mélange espressivi che mantengano il contatto con il contesto di provenienza ma allo stesso tempo vengano ampliati nella visione e nell'immaginario, trascendendo costrizioni temporali e localistiche. In fondo, un'operazione tutt'altro che scontata, se affrontata con il giusto spirito.

E di spirito il Nostro ne ha infuso a profusione, sparso con precisione e sentimento in tutti e cinquanta i minuti della fatica, che di suo conto scorre fluida e velocissima, senza spiacevoli cali di tensione e con una variabilità di tratto che mantiene intatta l'attenzione. Da collagista provetto, Fairhurst controlla la vastità della materia prima divertendosi a rivoltarla in continuazione come se fosse un calzino, intervenendo sui colori, sui timbri, sulla dinamica, in un caleidoscopio che soltanto di sfuggita rasenta i bordi del pop, interrogandosi più che altro su altre possibilità di contaminazione. Sotto l'inventiva coltre di un'elettronica ricca e sofisticata, che si esprime con piena libertà passando senza grossi problemi dalla downtempo armoniosa di “Nina's Charm” all'electro onirica dai contorni jazzy della conclusiva “La petite mort”, ribolle insomma un magma rovente e incontenibile, in cui echi di blues del Delta, lontanissimi spettri ragtime, fantasie soul e lacerti di vecchi motivi dai Caraibi convivono in assoluta armonia, senza intenti di natura etnografica, ma anzi con il fine principe di estinguere questo stesso approccio, superandone le limitazioni intrinseche.
Se quindi risulta apparentemente più consueta l'inserzione di elementi vocali old-time all'interno di tessiture ritmiche dance, come ad esempio in “Roots” (che però si rivela poi stupefacente nel capovolgere le impressioni iniziali e tramutarsi in conturbante house-jam affine alla sensuale fantasiosità di Moodymann), meno prevedibile si fa il discorso quando conduce alle pieghe sampledeliche di “Ray's Foot”, dove vecchio e nuovo vengono sminuzzati e rimasticati sino a essere resi indistinguibili, per non parlare di “Rainbow”, che alla gestione circolare dei fiati campionati contrappone una notevole cura nel diversificare l'aspetto ritmico, conteso tra l'apertura in scia simil-breakbeat e la successiva evoluzione in chiave garage, deliziosamente sinuosa.

Non mancano di certo momenti di maggiore distensione sonora, come nella levità electro-jazz di “Prison Blues”, che a tratti sfiora la gestualità pacata della chillout-music, o nella fine malinconia che sbuca dalle spire bluesy di “Motherless Child”, ma la realtà è che al caro Romare non servono spiccioli effetti speciali o effimeri fuochi d'artificio per centrare il bersaglio. Senza inventare niente, ma con una logica operativa ferrea e una visione artistica esplorata nell'intimo, Archie Fairhurst ha centrato un piccolo gioiello. Continuasse a lavorare con simili personalità e freschezza, l'appuntamento con il grande album potrebbe arrivare a strettissimo giro.

(11/04/2015)

  • Tracklist
  1. Nina's Charm
  2. Work Song
  3. Motherless Child
  4. Ray's Foot
  5. Roots
  6. Jimmy's Lament
  7. Lover Man
  8. Rainbow
  9. Prison Blues
  10. The Drifter
  11. La petite mort
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