L'Alaska è una terra dura e selvaggia, una regione che non conosce vie di mezzo o compromessi. Semplicemente se stessa, fredda e inospitale, estrema in tanti suoi aspetti. È anche la terra protagonista della triste storia di Christopher Johnson McCandless, da cui lo scrittore Jon Krakauer ha trovato ispirazione per il suo libro "Nelle terre estreme" e da cui Sean Penn ha girato l'ottimo film "
Into The Wild" (2007).
L’Alaska di
Caleb R.K. Williams è evocata tramite visioni sfuocate, piccole melodie minimali e trame eteree e dilatate; visioni di ricordi nostalgici, immagini sbiadite di un mondo ritenuto (apparentemente) scomparso, desiderio di un impossibile ritorno alle origini. I grandi spazi descritti non creano agorafobia, ma cercano quel senso di libertà che è indelebilmente legato a una parte non marginale della cultura americana.
Il senso di isolamento dato da una regione tanto estrema è rievocato da trame di grande semplicità, ora di chitarra acustica ("The One Who Controls The Weather"), ora di piano
modern classical ("Valley Of Ten Thousand Smokes" e "Kobuk"). Ma sono gli archi ("Tongass") a dare sostanza e un'impalcatura a una musica che, sottrazione dopo sottrazione, è ridotta all'osso; riduzione che però riesce a stupire nelle poche note di "Aurora In Alaska", unico brevissimo momento dove la natura sembra sorprendere e affascinare nella sua bellezza.
Terra di solitudine estrema, l'Alaska di Caleb R.K. Williams fa riecheggiare nella mente il nostro autentico Dna fatto di spazi incontaminati e di voglia di scoperta; la solitudine della fredda Alaska è anche ritrovare se stessi.