Dodgy

What Are We Fighting For

2016 (Cherry Red) | power-pop

Pian piano i Dodgy stanno tornando quelli che ricordavamo.
A quasi dieci anni da una reunion magari non opportuna e senz’altro perfettibile, Nigel Clark, Mathew Priest e Andy Miller hanno corretto alcuni fisiologici errori nella messa a punto, ritrovando il piacere di far sfogare anche in studio un animale da festival con pochi eguali quale la loro creatura è sempre stata, in fondo.
La terza stagione per la band inglese – dopo quella gloriosa nei primi nineties e il disastroso triennio senza Clark che seguì – ha già regalato due dischi (“Stand Upright In A Cool Place” il primo, quattro anni fa) non proprio imprescindibili ma plasmati all’insegna di una confidenza e un’ispirazione crescenti. A risultare forse determinanti sono state anche quelle due o tre tessere che, in tempi recenti, hanno trovato posto nel puzzle: Stu Thoy, il bassista e vibrafonista che negli ultimi anni ha accompagnato dal vivo il terzetto sui palchi di mezza Europa, è stato accolto tra i titolari; l’ingresso in scuderia alla Cherry Red, etichetta dal glorioso passato, ha poi contribuito a dare ulteriore solidità a un progetto che in questa circostanza si avvale del prezioso contributo di Vanessa Best (degli ugualmente redivivi Ultrasound), per qualche tempo anche frontwoman in una formazione condivisa proprio con Priest e Miller, The Soulwinners.

La partenza con “You Give Drugs A Bad Name” suona particolarmente mordace e non fa mistero di voler richiamare l’inquietudine dei connazionali Stone Roses, più di un riferimento per questi ragazzi già due decadi fa. Con le sue rullate inconfondibili, Matthew ostenta una prestanza ritmica à-la Keith Moon in linea con quella dei giorni migliori, mentre i riff dell’elettrica di Andy imperano e la scorta corale della Best alza la posta quanto basta. In questo quadro appare forse fuori luogo solo la maggior timidezza di Nigel, oggi tranquillo docente di musica in quel di Worcester, non proprio a suo agio quando a prevalere sono le intonazioni enfatiche. Il cantante se la cava meglio in frangenti schietti e confidenziali come la solare “California Gold”, illuminata da sottili accenni roots che non dispiacciono.
La formula è senz’altro risaputa, ma gli ormai cinquantenni Dodgy mostrano di saperla padroneggiare ancora con buona disinvoltura e uno smalto sonoro che da loro non confidavamo più di poter ascoltare. C’è qua e là giusto un pizzico di autocompiacimento, è vero, ma considerata la natura genuina dei personaggi resta alquanto veniale come peccato.

La band si gioca al momento giusto la carta della nostalgia canaglia (“Are You The One”) e l’automatismo la ripaga a dovere, certificando che certe evocazioni sunshine sono ancora pienamente nelle sue corde. Meritano un discorso analogo le ballatone elettroacustiche tipo “Mended Heart”, power-pop agilissimo e a marchio registrato (nel frattempo emulato con profitto da giovani promesse come i Death By Unga Bunga) che, da opzione di maggioranza nel precedente Lp, appare qui ridotto a semplice foglia di fico classicista. Con “Now Means Nothing” l’esuberanza freakbeat del gruppo, unita ai suoi refrain (potenzialmente) micidiali, riporta piuttosto dalle parti del capolavoro “Free Peace Sweet” e, se pure le sorprese stanno a zero, il ritrovato entusiasmo e il fiato di nuovo lungo si confermano segnali incoraggianti.

Certo alcuni episodi – emblematica “Is This Goodbye” – sanno di ordinaria amministrazione e sono tenuti in piedi dalla verve e dall’estro dei singoli interpreti, peraltro mai biecamente sopra le righe. “The Hills” opta per la riproposizione della variante “naturista” del gruppo, con Clark a ruota libera nella sua posa romantica ma minimale, accompagnato quasi in esclusiva dal pianoforte. Il risultato emoziona tuttavia meno di quanto il Nostro forse sperasse, e la magia di una “Grassman”, per dire, resta lontana mille miglia. Altrove si recuperano invece brandelli di quel misticismo silvano e un po’ naif che, assieme alla sfrontatezza da primi Who, negli anni d’oro aveva davvero fatto la differenza per la compagine londinese. Così nella mirabile “Never Stop” si avverte forte e chiara l’eco dei fortunati singoli della stagione 1994-95, anche se l’idea di replicare pari pari l’estiva spensieratezza delle “Staying Out For The Summer” o delle “So Let Me Go Far” rimane, più che altro, una dolce illusione.

Nella seconda facciata Nigel sale in cattedra e conduce per mano i compagni nella sua riserva amabilmente orientata al revival, con un candore che esula ancora una volta dalla mera euforia britpop di comodo per tornare a essere semplicemente la sua voce personale, una lingua esclusiva. La lunga title track chiude all’insegna di una franchezza estatica, di quello stesso ottimismo, sincero e mai vacuo, che animava un po’ tutti i loro migliori dischi, un senso benevolo di pacificazione che ha il profumo della dignità, di chi può anche uscire sconfitto dalle proprie sfide ma non cede alla rassegnazione.
“What Are We Fighting For” ha insomma i contorni del lavoro sufficientemente smaliziato, onesto e fiducioso. Fa ancora la sua figura in termini di puro intrattenimento pop-rock e prefigura un valido compromesso tra passione e mestiere, senza promettere nulla più di quanto possa effettivamente mantenere.

(28/10/2016)

  • Tracklist
  1. You Give Drugs A Bad Name         
  2. Now Means Nothing 
  3. California Gold         
  4. Are You The One      
  5. Is This Goodbye        
  6. The Hills        
  7. Never Stop    
  8. A Mended Heart       
  9. Where Shall I Begin  
  10. What Are We Fighting For


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.