I rumori di via Silvio Pellico

I rumori di via Silvio Pellico

2016 (Autoprodotto) | spoken-word, alt-rock

Nonostante il "frastuono", dietro a I rumori di via Silvio Pellico si nascondono soltanto due persone: il vocalistsongwriter Stefano Ricca e il polistrumentista Daniel Zamboni (chitarre, basso, tastiere digitali, batteria elettronica). Il loro esordio home-made si apre con i rumori in background di "Tutto ruota (introduzione)", lasciando presagire all'ascoltatore di trovarsi di fronte a un disco concettuale, spinto in prima linea dalle suggestioni provinciali della title track. Oltre al muro delle chitarre distorte, abbiamo qui modo di sentire per la prima volta la voce narrante di Stefano Ricca, che a partire dal suo accento bresciano ci racconta sinteticamente la storia del duo ("ci siamo persi per ritrovarci e scoprire che eravamo ancora gli stessi/ noi, uno da decifrare/ e l'altro alla continua ricerca del dettaglio").

E' un viaggio in quindici brani dalla breve durata, che permette alla band di creare dei piccoli dipinti solo apparentemente slegati, una pinacoteca di esperienze e suggestioni dai contorni evanescenti, in cui affiora comunque quella sottile linea retta che trasforma un racconto "individuale" in una storia "universale"; dallo svogliato tirare le somme di "Resoconto", al dolce carillon tutto strumentale di "Farci caso", passando per la micro-saga di Geordie ("I debiti di Geordie", "Geordie's Pub"), una sorta di allegoria degli attimi persi, dei divertimenti eccessivi, di quelle speranze disattese e destinate ad annegare nell'alcol. Le angosce della provincia avvolgono anche l'onirica "Ho scritto domani ci incontreremo" e l'estraniante horror-story di "Paolo e la sua ombra", metafora dell'uccisione delle proprie odiate responsabilità e di quel che quotidianamente opprime l'individuo. Un delitto che continua a perpetuarsi anche nella scarica noise-rock di "Non farci caso", una baraonda strumentale e distorta tra Korn e Nirvana.

Le ultime tracce sembrano dirottare verso il mondo esterno quel che era partito come un viaggio interiore, passando dalla tagliente malinconia bresciana di "Randagio notturno" ai sentieri persi in montagna di "Primo giorno", poi ritrovati tra le sgomitate metropolitane e i parchi cimiteriali di Londra, in cui "la vita e la morte si fondono" ("Highgate Cemetery"). Una ricerca che attraversa anche le case infestate e la voglia di trovare se stessi di "Andarsene da casa", fino al miracolo quasi sussurrato di "Prima neve in Golem" ("questa neve non resta mai a lungo/ e tu non sai chi sei"). Un disco sull'auto-affermazione, dunque, quasi una fabula arrabbiata à-la Martin Eden, che si chiude ciclicamente con la soffocante "Tutto ruota ancora", sepolta da un intreccio di chitarre distorte.

I rumori di via Silvio Pellico, come il loro album d'esordio, sono ancora alla ricerca della loro identità. Si intravedono, comunque, delle buone potenzialità in questa convincente prima prova, il cui unico difetto è, appunto, un manierismo a volte marcato sul piano stilistico e interpretativo, che li porta spesso a navigare a metà strada tra le bolge allucinate de Il Teatro Degli Orrori e l'alienante recitar-cantando degli Offlaga Disco Pax

(26/10/2016)

  • Tracklist
  1. Tutto ruota (introduzione)
  2. I rumori di via Silvio Pellico
  3. Resoconto
  4. Farci caso
  5. I debiti di Geordie
  6. Geordie's Pub
  7. Ho scritto domani ci incontreremo
  8. Paolo e la sua ombra
  9. Non farci caso
  10. Randagio notturno
  11. Primo giorno
  12. Highgate Cemetery
  13. Andarsene da casa
  14. Prima neve in Golem
  15. Tutto ruota ancora
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