“The Things Are We Made Of” è un album che si approccia comunque con timore, turbati dal dubbio che quella piacevole sensazione di meraviglia che ne accompagna l’ascolto, sia solo frutto di un malinconico deja-vu, conseguenza quasi naturale dell’ascolto massivo di next big thing che scandisce le giornate di noi appassionati di musica.
Ma la vera sorpresa del nuovo album di Mary Chapin Carpenter è che quello che luccica è tutto oro. La produzione di Dave Cobb rimette a nuovo la poesia dell’autrice, senza però modificare di una virgola il suo stile, da sempre allineato con la miglior tradizione cantautorale, quella tracciata con raffinatezza e originalità da autori come Jimmy Webb e Paul Simon.
Il perfetto equilibrio elettroacustico libera le canzoni da quella prevedibilità che spesso ha imbrigliato il suo songwriting con arrangiamenti pretenziosi ed eccessivi, l’unico lusso che Dave e Mary si concedono è un mellotron, il cui suono non è mai stato così sobrio e pregevole.
L’abilità con la quale l’autrice riesce a far sposare testo e musica è un altro elemento che fa di “The Things Are Made Of” un’inattesa sorpresa. “Something Tamed Something Wild”, “The Middle Ages”, “Oh Rosetta”, “The Blue Distance” scorrono senza incertezze ampliando il già cospicuo canzoniere dell’autrice.
Pur se spetta alla title track il titolo di canzone più accorata e romantica, la vera perla dell’album è “Hand On My Back”, struggente e sfuggente ballata che la Carpenter interpreta con delicato pathos. Ma anche il folk introverso e solitario alla Joni Mitchell di “Livingston” e l’incisivo refrain di “Deep Deep Down Heart” meritano una citazione, ulteriori conferme dello stato di grazia che ha accompagnato la genesi di uno dei migliori album dell’autrice americana, finalmente pronta a riprendersi il meritato posto nel panorama country odierno.
01/10/2016