Porches - Pool

2016 (Domino)
chillwave, synth-pop
Non si può dire che Aaron Maine non sia stato chiaro, deciso nelle proprie intenzioni. L'idea alla base di “Pool”, nuovo full-length realizzato assieme ai suoi Porches (coincidente con il passaggio di consegne alla Domino), come da lui stesso dichiarato, era di realizzare un disco più ballabile, un lavoro che alzasse il tiro e mostrasse maggiore vitalità, per quanto possibile. Detto fatto: in un tripudio di synth, tastiere e vaporosità annesse, il cambiamento, perlomeno in termini stilistici, non potrebbe essere più netto, uno stacco deciso rispetto alla propensione verso fogge slacker-folk-rock individuabili nelle sue precedenti prove. Non propriamente la tattica che più ci si aspetterebbe di questi tempi, a maggior ragione considerando come la riscoperta di un'attitudine, sonora e autoriale, così dimessa e scazzata, è nel pieno del suo fermento, e non sarà di certo nei prossimi mesi che accennerà ad attenuarsi. A voler porre la questione in termini volutamente eccessivi, il coraggio a questo giro non è di certo mancato.

Malgrado la facciata totalmente tinta a nuovo, il nucleo centrale della musica di Maine rimane comunque sostanzialmente immutato, imperniato com'è su una scrittura chiusa su se stessa, priva del benché minimo slancio e avvolta ancora nei sommessi cliché espressivi propri del suo passato lo-fi/cantautorale. La patina sintetica, accostabile in rarissime occasioni anche soltanto al concetto di “ballabile” (non che la cosa poi sia di vitale importanza) poco può quindi di fronte a un approccio che anzi viene ulteriormente danneggiato da una scelta simile, incapace com'è anche solo di compiacere strutture ritmiche ben definite o piegarsi a un impianto pop di reale consistenza.
Ne deriva insomma un album involuto, aggrappato saldamente alla propria dimensione intima al punto da rendere impossibile identificare qualche tentativo, foss'anche incerto, di eversione, di maggiore apertura al mondo. Inficiati tra l'altro da interpretazioni tragicamente inespressive, portate al limite dell'apatia (e non è un parco uso dell'autotune o di fragili duetti in compagnia di Greta Kline, qui anche in veste di bassista, a cambiare alcunché), i brani si susseguono in un clima di sconfortante piattezza generale, cui l'impianto musicale obbedisce con docilità, abbandonandosi a rarefatte atmosfere debitrici essenzialmente della chillwave più soffusa e onirica, ma che in rari casi cedono il passo a sinuosità sintetiche midtempo e più decisi arrangiamenti jangle/wave.

Anche da questo lato però, spiace dire che la trasformazione è stata compiuta al minimo sindacale; di fatto, anche il parco basi, a prescindere dalla diffusa monotonia, procede senza mostrare alcuna idea forte, non lascia filtrare alcun tipo di personalità, di indirizzo che vada oltre il mero compitino di ricalco. Al “meglio”, le sfumature conferite ai propri brani portano infatti Maine a battere lidi che potrebbero essere quelli di un'uscita minore della Cascine (“Braid”, tra le canzoni più sostenute dal punto di vista ritmico, “Hour” e le sue vibrazioni in fascia dance), o della Captured Tracks (l'indie pop a cavallo col post-punk di “Car”), sguarniti però di qualsiasi voglia di appeal melodico. Al peggio, la situazione svapora in un'ipnagogia talmente stantia e ovattata che si fa presto a confondere l'album per un qualsiasi gruppetto senza arte né parte recentemente approdato su Bandcamp. Pescare un possibile stand-out, in una simile bonaccia, si rivela esercizio sterile.

Da qualsiasi lato lo si prenda, “Pool” non lascia in definitiva la benché minima traccia di sé. Lode al volersi porre in discussione, da parte di Aaron Maine sarà necessario però un convincimento maggiore per rendere più fondati i suoi rivolgimenti di stile. Ora come ora, un simile cambiamento non sortisce proprio il benché minimo effetto.

Tracklist

  1. Underwater
  2. Braid
  3. Be Apart
  4. Mood
  5. Hour
  6. Even The Shadow
  7. Pool
  8. Glow
  9. Car
  10. Shaver
  11. Shape
  12. Security


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