Mai dare per scontata la sopravvivenza di una band: non tanto per la difficoltà di tenere umanamente unite personalità diverse lungo il corso degli anni, quanto per la pressante sfida di rinnovarsi a ogni passo senza snaturare la propria identità, sempre uscendo indenni dal tritacarne degli
hype a scadenza immediata.
In un periodo storico dove l'ondata dei vari gruppi
post- strumentali, affermatisi nel decennio scorso, sembra attecchire solo su pochi affezionati, il caso dei Russian Circles rimane un mistero solo a metà: dopo un momentaneo
impasse, infatti, il trio di Chicago ha coraggiosamente deciso di tener fede alla propria marca stilistica, prendendosi tutto il tempo necessario per dare forma a saggi di grande potenza e suggestione, vincendo la dura prova degli anni e delle mode passeggere.
Serviva una buona conferma del ritorno di fiamma risalente a tre anni fa, e infatti "Guidance" non smentisce l'efficace sintesi avvenuta nel solenne "
Memorial". I primi commenti e giudizi apparsi in rete sembrano concordi nel parlare di un ultimo lavoro piuttosto fatalista, complessivamente più aspro e viscerale dei precedenti. Da un lato è vero che l'album vanta forse un approccio meno artefatto alla composizione, cogliendo diverse occasioni per dare pieno sfogo a distorsioni massive ("Vorel") in un
interplay implacabile, che unisce i momenti più drammatici del secondogenito "Station" a uno scurismo
doom che sfiora quasi i
Godflesh.
Altrettanto evidente, però, è la mai forzosa alternanza con le visioni luminose del nuovo corso debolmente inaugurato da "
Empros", ormai elaborate dal trio con piena cognizione e senza alcun timore di svelare un lato sensibile: potremmo a buon diritto indicare "Mota" come una versione rock delle sognanti cavalcate dei
port-royal; con estrema spontaneità poi, in "Afrika", un'epica cadenza alla
Explosions In The Sky sfuma in un riff
black metal coadiuvato all'unisono da batteria e basso ruggenti.
Con simili intuizioni i Russian Circles scontano i fisiologici cali di tensione e i conseguenti cliché nelle sequenze più distese, e giungono ai primi dieci anni d'attività in forma tutto sommato invidiabile dalla maggior parte dei comprimari.