At The Gates

To Drink From The Night Itself

2018 (Century Media) | melodic-death-metal

Diciamolo: gli At The Gates sono forse il gruppo più "copiato" di Svezia, o quantomeno uno dei più influenti e seminali. La quantità di band in tutto il mondo che ha attinto a piene mani dal loro stile consolidatosi nella prima metà degli anni 90, e in particolare con la pietra miliare "Slaughter Of The Soul" del 1995, diversificandolo, rimaneggiandolo o emulandolo, è impressionante, con intere scene musicali sorte ispirandosi anche a quella particolare formula stilistica (in alcuni casi anche divenendo commercialmente di successo, si pensi all'ondata di metalcore melodico venuta alla ribalta in Nord America a inizio millennio).
Dopo lo scioglimento e i quasi 20 anni di attesa per un loro nuovo disco nel 2014 con "At War With Reality", quindi, non ci sarebbe da recriminare se i maestri ribadissero la formula che li ha consacrati, "copiando" se stessi, no?

Nel 2018 gli At The Gates tornano con "To Drink From The Night Itself", primo disco senza lo storico chitarrista Anders Björler. Come il predecessore, l'album è ispirato nelle tematiche dalla filosofia e dalla letteratura, in questo caso da "L'estetica della resistenza" dello scrittore tedesco Peter Weiss. Negli intenti del gruppo si vuole rappresentare a livello sonoro il dramma e l'angoscia di una resistenza destinata a soccombere. Rispetto al predecessore, le atmosfere suonano più infuocate e malinconiche, meno gelide. Si può dire che almeno in parte gli intenti a livello di sonorità sono stati espressi. Lo stile di base rimane pressoché immutato, e quindi si ha un death-metal melodico ormai definibile "old school", seppur proposto con una produzione più moderna, con suoni più pieni. Come detto, i capisaldi sono loro, e non c'è da stupirsi che ripropongano le sonorità che li hanno consacrati. C'è da aspettarsi un lavoro di mestiere solido ed espressivo, che infiammi l'ascolto alla luce del concept proposto.

Il problema, purtroppo, è che si avverte una sostanziale mancanza di genuinità di fondo che toglie mordente a molte canzoni e appiattisce il songwriting. Come se non ci fosse tanto un gruppo consolidato che mette a cuocere l'ispirazione per nuovi pezzi mandando sempre avanti il proprio inconfondibile trademark, quanto piuttosto un tentativo di catturare come in una fotografia il passato e riproporne l'estetica con nostalgia, senza nuove idee. Mancano l'essenza e la spontaneità dei dischi storici, con la loro disperazione viscerale. Si intravedono le atmosfere oltretombali di "With Fear I Kiss The Burning Darkness" ma senza il medesimo pathos maligno; le armonizzazioni melodiche di "Terminal Spirit Disease" ma non la sua tristezza decadente e dolente. 
La scrittura si rivela discontinua, con diversi pezzi corposi e incisivi, che però non vanno al di là del compitino di mestiere, e altri più ripetitivi. Le chitarre offrono un riffing che alterna attacchi trascinanti ad altri più anonimi e (come nel predecessore) troppo riciclanti la solita formula fatta di tremolo e breakdown. Lo stesso la batteria, potente ma monotona. Relativamente in forma al microfono Tomas Lindberg, con uno screaming straziante, ma niente di particolarmente elastico. Molto ben caratterizzati, riflessivi e limati, invece, i testi, come è ormai "tradizione".

Il risultato non è mediocre e ci sono diversi pezzi incandescenti (ci sentiamo di citare soprattutto la title track e "Labyrinth Of Tombs"). Un disco di mestiere per chi il mestiere, è vero, lo ha creato, ma la proposta non è sempre incisiva. Non abbastanza per andare oltre la sufficienza, a differenza di altri ritorni dal passato sempre di maniera ma con più idee a disposizione.

(29/05/2018)



  • Tracklist
  1. Der Widerstand
  2. To Drink From The Night Itself
  3. A Stare Bound In Stone
  4. Palace Of Lepers
  5. Daggers Of Black Haze
  6. The Chasm
  7. In Nameless Sleep
  8. The Colours Of The Beast
  9. A Labyrinth Of Tombs
  10. Seas Of Starvation
  11. In Death They Shall Burn
  12. The Mirror Black
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