Bas Jan

Yes I Jan

2018 (Lost Map Records) | post-punk, folk-pop

E’ il fascino della precarietà, dell’inatteso, della insana eccentricità, l’elemento primario che colpisce al cuore durante l’ascolto di “Yes I Jan” - prima prova del trio messo in essere da Serafina Steer con Sarah Anderson (violino) e Jenny Moore (batteria).
Precario è un termine che peraltro ben si addice anche alle sorti della band, avendo essa già smarrita la connotazione originale. La violinista Emma Smith (Elysian Quartet, Meilyr Jones, Seamus Fogarty) e la batterista Rachel Horwood (Trash Kit, Bamboo) si sono infatti avvicendate alla Anderson e alla Moore durante le ultime fasi del progetto, lasciando alla Steer la leadership di questo avventuroso e originale progetto post-punk tutto al femminile.

Impossibile non pensare alle Slits e alle Raincoats, anche se le ragioni di tali richiami non sono legati all’identità sessuale delle protagoniste, quanto alle interessanti divagazioni sonore del trio, atte a esplorare i margini della dissonanza e le gioie dei contrappunti, con la stessa giocosa irriverenza delle due succitate formazioni.
Al centro delle canzoni ci sono le voci, ma soprattutto il violino, quest’ultimo artefice di continue destrutturazioni, le quali ostentano un’innata idiosincrasia per le melodie ben ordinate.
Non sarà facile per i fan di Serafina Steer accettare la svolta della musicista londinese che, accantonate le cure stilistiche di Jarvis Cocker per l’album “The Moths Are Real”, ridispone l’intemperanza creativa al centro della propria musica.
Le composizioni delle Bas Jan si nutrono di elementi scarni e spuri, come i giochi di parole di “Arguement”, che diventano materia organica di un duetto tra voci e violino ricco di contrappunti e stravaganze moleste. Ancor più curiose le evoluzioni di violino e batteria di “Wilderness”, rese ancor più stridenti dal cantato fuori tempo e dal tono greve del basso.

E dire che l’album è comunque introdotto da un’orgia di synth, droni e voci gentili (“Tide Me Over”) che quasi ingannano i sensi, subito travolti da una serie di imperfezioni e provocazioni sonore dal fascino inconsueto, che tengono alta l’attenzione. Ed è un percorso a ostacoli quello al quale è costretto l’ascoltatore, al fine di catturare tutta la magia di “Yes I Jan”. Essa si cela, ad esempio, dietro l’affascinante minimalismo psichedelico di “Walton In The Naze”, dove il rigore dei Young Marble Giants si connette con il fascino obliquo dei Velvet Underground, anticipando l’unico vero momento pop dell’album, ovvero il tribal-folk di “King Of The Holloway Road”: un brano abilmente torturato da tastiere, percussioni e voci, al sol fine di renderne irriconoscibile la frenetica allegria.
Quello che non manca alle Bas Jan è l’inventiva, anzi, il condensato di intensi e conflittuali stati emotivi delle undici tracce quasi disorienta. La musica passa dal weird-folk tinto di gothic di “Anglo Saxon Burial Ground”, alla ipnotica cantilena vestita di ingenua modernità di "GSOH", con uno spirito provocatorio che è altresì figlio del primo rock'n'roll ("No Sign").

E’ una creatura ambigua, “Yes I Jan”, un album che tra pulsioni malinconiche affondate in una sensualità al limite del carnale (“Let’s”) e futilità da videogame “Sat Nav (Tom Tom Mix)”, svela la sua natura romantica e surreale solo nel finale, affidato a “Corner Of The Studio”, una potenziale via di fuga per un progetto dalle intense e a volte disturbanti suggestioni emotive. Ispirato.

(05/05/2018)

  • Tracklist
  1. Tide Me Over
  2. Arguement
  3. Anglo Saxon Burial Ground
  4. Wilderness
  5. No Sign
  6. Walton In The Naze
  7. King Of The Holloway Road
  8. Let’s
  9. Dream Of You
  10. Sat Nav (Tom Tom Mix)
  11. GSOH (Bas Jan Version)
  12. Corner Of The Studio




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