Peggy Gou

Once

2018 (Ninja Tune) | house, electro

Ben più che per altri generi, la linea di demarcazione che separa un buon prodotto house da uno trascurabile è quantomai sottile: elementi e costruzioni che decretano il successo di un lavoro o di una carriera possono portare al naufragio di altre, se adottati anche soltanto con scarti minimi e prospettive leggermente diverse. Quando poi si opera di sincretismo e incontro tra epoche diverse, il rischio di un pastrocchio che vanifica tutta l'ambizione investita è dietro l'angolo. Ciononostante, l'eventualità di un prodotto che sappia spingersi ben oltre le ricche premesse realizzative è un pungolo che non può lasciare indifferente. Lo sa bene Peggy Gou, tra le più recenti ed esplosive sensazioni della scena berlinese (l'origine, fattore tutt'altro che irrilevante, è però coreana), approdata alla produzione e al dj-ing soltanto nell'ultimo triennio, eppure abilissima nello stravolgere in un così breve lasso di tempo la propria visione creativa e approdare a platee di peso, fatto più che sufficiente per consentirle di giungere alla corte della benemerita Ninja Tune.
“Once”, il primo lavoro sotto la nuova etichetta, si fa carico dell'avvenuto cambio di marcia e della ricchezza del bagaglio della produttrice, per venti minuti di house-music dal complesso sistema di riferimenti e direttrici, tutt'altro che fossilizzata, però, a un recupero vintage o dedita a pasticciate prese di posizione. Melodica, estatica, ben calibrata sia nei dettagli ritmici che nelle eccitanti combinazioni cross-culturali, la musica di Gou approda a un nuovo livello di consapevolezza e potenzialità espressiva, gettando le basi per un futuro a caratteri cubitali. Si può dire di ben pochi progetti del settore, in questo momento.

Laddove i primi Ep licenziati nel 2016 mostravano una producer competente, ben conscia dei costrutti e delle dinamiche dei generi in cui si inseriva, tutto sommato però abbastanza convenzionale dal punto di vista compositivo e spesso statica nelle evoluzioni, il balzo di qualità rappresentato dai tre brani di “Once” chiarisce la profonda maturazione attraversata da Gou, che per l'occasione riserva ben più di qualche sorpresa. A risaltare in primo luogo è la voce, fino ad ora totalmente assente nei lavori della musicista. Sempre al confine tra cantato e spoken (talvolta cadendo pienamente in quest'ultimo, come nelle cadenze rap di “Han Jan”), sottilissima e anche per questo motivo capace di infiltrarsi senza ostacoli tra le pieghe della musica, la vocalità della producer, oltre a conferire peculiarità melodiche altrimenti inespresse, esibisce quell'aspetto multiculturale insito nella sua estrazione, muovendosi tra lingua coreana e brevi incursioni in inglese nel più pieno controllo.
Non meno importante è la gestione delle tante variabili che costituiscono l'aspetto prettamente musicale del lavoro, in particolar modo la loro coordinazione: poco conta infatti il poter disporre di un ampio ventaglio di opzioni se non lo si sa interpretare e sfruttare a proprio vantaggio. Tutto invece fila liscio con l'olio, nonostante le ampie differenze che interessano i vari brani: è Gou che riassume i fili della tela, donando un notevole senso di spazialità e una sensualità istintiva alla sua house ibrida e ipnotica, pervasa da un raffinato eclettismo.

Se la dolce progressione deep di “It Makes You Forget (Itgehane)” accompagna il momento più pop nella carriera della producer, tra percussioni dal delicato tocco latino e frizzanti punte acide prossime alle intuizioni di un Phuture o di un Armando, “Hundres Times” imprime una pressione non indifferente sul pedale del dinamismo e delle atmosfere da club, giocando su pattern ritmici più scattanti e brillanti sovrapposizioni tessiturali di stampo electro, che testimoniano tutto l'amore per la scuola di Detroit e per la straordinaria lezione di Drexciya, qui riletta anche attraverso mirati contributi spacey.
La già menzionata “Han Jan”, invece, malgrado sia priva della raffinata immediatezza del brano d'apertura, tesse il suo incanto lavorando sul contesto, ripulendo il suono electro precedentemente sfruttato della sua dimensione atmosferica e riscoprendo la sua natura eminentemente black, tra cadenze boogie e matrici ritmiche di stampo funk, che individuano con estrema precisione le molteplici direttrici da cui ha tratto le mosse un'intera galassia espressiva.
L'invito alla distensione e al coinvolgimento musicale non poteva partire da premesse più soddisfacenti. Peggy Gou ha insomma chiamato a raccolta tutta la passione per contesti (apparentemente) sepolti dalla memoria e la sua voglia di ricombinazione, sfoderando uno dei pot-pourri più interessanti e istantaneamente amabili degli ultimi tempi. Provare per credere.

(16/03/2018)

  • Tracklist
  1. It Makes You Forget (Itgehane)
  2. Hundres Times
  3. Han Jan


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