Chantal Acda

Puwawau

2019 (Oorwerk) | songwriter, sperimentale

La voce di Chantal Acda riesce a incantarci ormai da anni. Che la si ascolti negli album solisti o nei suoi progetti paralleli o semplicemente in collaborazioni estemporanee, ci avvolge sempre caldamente e tocca le corde profonde dell’animo. A due anni da “Bounce Back” e a uno soltanto dal discreto ritorno con il trio Distance, Light & Sky, la cantautrice belga d’adozione pubblica ora il suo quarto disco solista, “Pūwawau”, che, fin dal primo ascolto, si rivela essere portentoso e ricco di sfaccettature.

Sul suo sito web Acda scrive come questa raccolta sia nata dall’urgenza di investigare gli aspetti del “cantare” e di riflettere sulle modalità in cui ci relazioniamo con esso. In un complesso periodo storico, caratterizzato da cambiamenti repentini, in cui non siamo più in grado di ascoltare la nostra stessa “voce” e quella di coloro che ci circondano, soverchiati come siamo dalla frenesia e dai rumori, la cantautrice ha voluto provare a creare un’opera capace di esplorare le profondità dello spirito e di riportare alla luce un mondo sotterraneo in cui il fluire delle emozioni e della comunicazione interpersonale avviene tramite un medium differente da quello delle semplici parole.

Le intenzioni e le intuizioni dell’artista si possono dire splendidamente riuscite. In tutto l’album, a partire dalla copertina e dagli imperscrutabili nomi delle tracce, aleggia un panismo cosmico e primordiale, un legame profondo con il circostante e con la Natura e con una realtà metafisica, mistica, atemporale. L’album è stato realizzato, sulla base degli arrangiamenti orchestrali di Valgeir Sigursson, in collaborazione con Eric Thielemans (già batterista dei DL&S), Laurens Smet e la Nederlands Kamerkoor NXT ed è costituito da sei composizioni. Ognuna di queste è stata concepita dall’artista come un’attività di ricerca, di sperimentazione differente. Tale approccio spiega infatti le diversità tra i brani. Il concept ideato dalla belga riesce tuttavia a legare magistralmente i sei pezzi in modo da formare un flusso di voci, suoni, impressioni in costante dialogo tra loro.

Il contrasto tra moderno e ancestrale è pregnante e si slega lungo un discorso che coinvolge cantautorato folk, elettronica, accenni trip-hop e musica colta. Questa dicotomia “modernità-antichità” emerge fin dai primi minuti della lunga e introduttiva “Tuhinga”: le voci del coro si elevano su tappeti sonori ambientali e paesaggistici che riecheggiano una potente sinergia tra uomo e natura ed evocano cieli stellati e pianure desolate, sconfinate; successivamente gli strumenti tradizionali (banjo, percussioni), la voce di Chantal Acda e l’elettronica iniziano a fondersi e a conversare su un lento e potente battito fino al crescendo finale, oscuro e misterioso.

“Marama” è, invece, il brano più sfaccettato del disco. Su un giro di basso e un arpeggio di chitarra dai caratteri fortemente iterativi si stratificano gli altri strumenti e una moltitudine di linee vocali e controcanti, che creano un vortice intenso e drammatico, all’interno del quale la voce della Acda dialoga con il coro come se fosse la protagonista di una tragedia greca. La terza composizione, “Taranga”, unisce reminiscenze di Carl Orff, spoken word e pulsazioni elettroniche: il battere incessante della modernità si unisce ai sapori di un passato antico e, ancora una volta, l’incontro di queste due dimensioni plasma un mondo arcano.
“Waiata Tamariki” e la conclusiva, splendida “Tumanaku” sono classiche e spoglie negli arrangiamenti ed esplorano in maniera più tradizionale l’intersecarsi delle voci. La seconda facciata dell’Lp contiene però un’altra canzone decisamente spiazzante: “Puoro”. Un ronzio industrial e un tappeto sintetico sono le basi per questo imprevisto brano danzereccio (!), tenebroso, apocalittico, disturbante e seducente al tempo stesso.

L’ultimo disco della cantautrice belga non si lascia solo ammirare per la sua bellezza cristallina, ma è anche un’opera grandiosa che va a scavare nelle profondità dell’animo umano e che cerca di rappresentare attraverso le note ciò che appare inesprimibile e impenetrabile alla ragione. Il costante dualismo tra tradizione e modernità fa fluttuare “Pūwawau” in un limbo indefinibile e fuori dal tempo, che oscilla tra reminiscenze ancestrali e scorci di un suono, di una musica, ancora da foggiare. In attesa che ciò si realizzi, noi siamo felici di poter continuare a lasciarci incantare dalla voce di Chantal Acda.

(17/12/2019)

  • Tracklist
1. Tuhinga
2. Marama
3. Taranga
4. Waiata Tamariki
5. Puoro
6. Tumanako


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