DIIV

Deceiver

2019 (Captured Tracks) | shoegaze, indie-rock

Lo spettro della dipendenza da droghe ha sempre aleggiato sui DIIV, sin dall'inizio della loro carriera. Il primo batterista, Colby Hewitt, dovette lasciare la band nel 2015 proprio in seguito ai rumors su una sua presunta dipendenza, così come non è mai stato un mistero che anche l'uomo perno della formazione, Zachary Cole Smith, faccia da lungo tempo uso di sostanze stupefacenti – cosa che, insieme alla turbolenta relazione di quest'ultimo con Sky Ferreira, ha alimentato il fitto chiacchiericcio attorno ai newyorkesi. Nel 2016, dopo l'uscita dell'acclamato "Is The Is Are", ad oggi migliore prova della band, le cose precipitarono, tanto che Zachary dovette mettere in stand-by la band per affrontare un duro, a questo punto inevitabile rehab.

Cupa e deformata come un'immagine di Rorschach, la copertina livida e astrattista di "Deceiver" cela un volto scimmiesco, che probabilmente rappresenta la cosiddetta scimmia che Cole Smith ha dovuto scrollarsi dalla spalla per riprendersi vita e carriera in mano. Oscuro è anche il sound proposto, come non lo era mai stato; scelta obbligata per un viaggio negli anfratti più bui di una mente alterata dallo specchio deformante delle droghe.
Oltre che più dark, lo shoegaze dei DIIV è diventato anche più nerboruto e duro. Non va sottovalutato il fatto che "Deceiver" sia stato registrato dopo un tour in compagnia dei Deafheaven, dai quali la band ha sicuramente tratto ispirazioni cui trovare una forma insieme al produttore Sonny Diperri (MBV, Nine Inch Nails). Il riff che apre come una zampata "Taker" ha una profondità e una marzialità dal passo quasi sludge metal, rappresentando un dettaglio impensabile nei primi due dischi, mentre l'entrata della chitarra distorta dell'opener "Horsehead" presenta feedback dalla grana più grossa, con qualche sbavatura grunge.

Ci pensano i brani meno tirati ad assestarsi su coordinate più propriamente shoegaze, dunque "For The Guilty" con il suo attacco sfacciatamente (forse un po' troppo) My Bloody Valentine e la straziante "Lorelei", ambientata in voluttuosi e disperati strapiombi di feedback. Giusto compromesso tra i due approcci è "Like Before We Were Born", con le strofe immerse in un'alba pallida e le schitarrate folgoranti.
Meno rumorosa del resto del mucchio, "Blankenship" ne conserva però aggressività e violenza, costruite lasciando le robuste linee di chitarra ben separate tra loro - ma guizzanti e impetuose - alzare la polvere in un'atmosfera torrida. Relativamente nude e scintillanti sono anche le chitarre di "Skin Game", che ha però il compito di rappresentare il lato più sensuale dei Nostri, con Zachary che trova qui il ritornello più canticchiabile del lotto.

Epico il finale, affidato ad "Acheron", traversata tra due mondi affrontata levando un suadente lamento tra muri di chitarra turgidi e catraminosi.
Non raggiungono le vette di alcuni lampi di genio di "Is The Is Are", ma i DIIV trovano in "Deceiver" il loro disco più compatto e monolitico. Il disco potrebbe per questa ragione incontrare molti più sostenitori dei suoi predecessori e rinfocolare il culto attorno alla band di Brooklyn, che si attesta qui come una delle realtà nu-gaze più interessanti e tridimensionali.

(08/10/2019)

  • Tracklist
  1. Horsehead
  2. Like Before You Were Born
  3. Skin Game
  4. Between Tides
  5. Taker
  6. For the Guilty
  7. The Spark
  8. Lorelei
  9. Blankenship
  10. Acheron


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