DIIV

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Dipendenze nu-gaze

di Claudio Lancia

Abbandonato il ruolo di batterista nei Beach Fossils, nel 2011 Zachary Cole Smith raduna un gruppo di amici per un progetto solista. La band si focalizzerà su un personale mix di wave e shoegaze: nonostante forti dipendenze che ne rallenteranno l’attività, i DIIV firmeranno tre dischi fra i più apprezzati degli anni Dieci

Formati nel 2011 in quel di Brooklyn, come band di supporto per un solo project del leader Zachary Cole Smith (newyorkese di nascita ma cresciuto nel Connecticut), ex-chitarrista negli psichedelici Soft Black e batterista nei ben più noti Beach Fossils, i DIIV si sono rapidamente affermati come una delle formazioni di punta del movimento nu-shoegaze che ha caratterizzato gli anni Dieci.
Smith aveva da parte dei brani che voleva realizzare a proprio nome e reclutò gli amici di lunga data Andrew Bailey (chitarre), Devin Ruben Perez (basso) e Colby Hewitt (batteria, già con gli Smith Westerns) per inciderli e suonarli live. Il quartetto prese inizialmente il nome di Dive, in omaggio al celebre brano dei Nirvana, nome poi modificato per evitare confusione con altre due omonime band, attive una in Belgio e l’altra in Svezia nei primi anni 90.

Subito messi sotto contratto dalla Captured Tracks, in men che non si dica diffondono due singoli, “Sometime” e “Human”, che delineano un sound influenzato in maniera determinante tanto dalla darkwave di matrice Cure, era “Disintegration” quanto dalle spirali shoegaze tipiche del decennio successivo. Anticipato dall’ulteriore singolo “Geist” e dal videoclip di “How Long Have You Known”, che richiama da vicino le prime cavalcate elettriche dei War On Drugs, il 26 giugno 2012 si concretizza l’album d’esordio, Oshin, un frullato revivalistico che miscela il primo periodo Creation, certa psichedelia degli anni 70 e la cruciale scena di Seattle dei tardi 80. Un viaggio allucinogeno costruito su ritmi marziali, jangle chitarristici sgangherati e narcolettici, frammenti melodici calati in dilatazioni sognanti, turbolenze psichedeliche, cascate di tastiere e riverberi cangianti.
Un’esperienza stroboscopica evidenziata da una brillante e stridente bassline post-punk, enfatizzata nei ricorrenti frangenti strumentali (compaiono anche due tracce prive di parti cantate), incrociata con un atteggiamento motorik, molto TOY, che prende il sopravvento specie nelle trame di “Druun Pt. 2”. Le linee vocali risultano non di rado nebbiose, lontane e gelide, coperte da strati di chitarre che incarnano luci e ombre della caotica New York. La dirompente strafottenza di “Air Conditioning” e l’esplosività di “Doused” sono controbilanciate dai trip ipnotici che caratterizzano la squisita epicità à-la Cure di “Wait” e “Earthboy”, dalle sensualmente attraenti melodie di “How Long Have You Known” e dal post-punk di “Sometime” e “Oshin (Subsume)”. Oltre alle influenze sopra citate, non sfuggiranno i riferimenti al desert-psych di matrice maliana, tanto che il nome del chitarrista Baba Salah verrà citato da Zachary in diverse interviste rilasciate all’epoca.

Oshin riceve recensioni molto positive a ridosso della pubblicazione, finendo anche in molte chart specializzate di fine anno. La band suona nel novembre del 2012 a supporto del tour inglese dei Vaccines e il mese successivo in una tranche del tour americano dei Japandroids. A partire dal luglio del 2013 si unisce al gruppo il polistrumentista Colin Caulfield, fondamentale nell’apportare ulteriori coloriture con chitarre e tastiere. Dal 2017 si occupa anche delle parti di basso, dopo la dipartita di Devin Ruben Perez.
Ma sono soprattutto una serie di problemi causati dall’eccessivo ricorso alle droghe a mettere in crisi la band, provocando nell’aprile del 2015 l’allontanamento di Colby Hewitt, sostituito in pianta stabile da Ben Newman, il quale aveva già partecipato alle registrazioni di alcune tracce dell’album d’esordio.
Non è avulso ai travagli derivanti dall’abuso di sostanze stupefacenti Zachary Cole Smith, che faceva coppia fissa con la modella e cantante Sky Ferreira quando i due vennero arrestati nel 2013 per possesso di eroina a Saugerties, nei pressi di New York, notizia ripresa con gran rilievo da tutti i magazine specializzati. Nonostante i problemi di tossicodipendenza, Smith si trova in una fase di grande prolificità: ha accumulato un bottino di circa 150 nuove canzoni, alcune delle quali già proposte dal vivo durante le date a supporto di Oshin. I tempi sono quindi maturi per iniziare le registrazioni del secondo album: i lavori prendono il via a marzo del 2015 a Brooklyn, ed entro la fine dell’anno saranno ben quattro i singoli pubblicati come antipasto del nuovo disco dei DIIV.

Is The Is Are, prodotto dallo stesso Smith, arriva online e sugli scaffali dei negozi il 5 febbraio del 2016, debuttando alla posizione numero 81 nella chart di Billboard. Il titolo Is The Is Are è tratto da una delle poesie inserite in una raccolta che lo stesso Smith chiese di comporre a un gruppo di visual artist invitati a curare la cover e il booklet dell’album, un doppio contenente diciassette tracce, sintesi della recente bulimia compositiva del cantante, (in)consapevole terapia per il proprio malessere esistenziale. Circa un’ora di musica che perfeziona le peculiarità dell’esordio, evidenziando maggiore solarità e pulizia. Questa volta le canzoni spaziano dal noise di scuola Sonic Youth (“Mire” è letteralmente seppellita sotto una coltre di feedback) alla darkwave dei Cure, zona “Seventeen Seconds” (“Yr Not Far”), fino allo shoegaze resuscitato dai più recenti Nothing, TOY, Suuns e Girls Names. Modalità espressive decisamente ad ampio spettro, sulle quali spicca la fantasia di Smith sulla sei corde. Guizzi e cavalcate melodiche si innestano in un paesaggio onirico nel quale la batteria si esprime con concretezza di scuola kraut (la title track) e le parole vengono spesso pronunciate a mezza voce, quasi rinchiuse nel confine immaginario del labiale.
Se nella prima parte del disco le canzoni raccontano la personalità del musicista americano, con ritmi dilatati ma dinamici, nella seconda il percorso si incupisce sotto le ombre di suoni plumbei e malinconici (“Healthy Moon” e “Loose Ends” sono declinate sul versante dream-pop) fino al finale agrodolce sancito dall'avvolgente “Waste Of Breath”. Sky Ferreira partecipa mettendo voce e sensualità in “Blue Boredom”, cantata con in mente lo stile tipico di Kim Gordon.

Immergersi in Is The Is Are è per chiunque un’esperienza totalizzante, un lavoro in grado di assorbire completamente l’ascoltatore, che riesce nell’intento di far guadagnare grande visibilità alla band. Ma proprio sul più bello il giocattolo si rompe: a inizio 2017 il tour europeo viene cancellato, e Zachary annuncia al mondo via Instagram di doversi sottoporre a una cura per combattere le proprie dipendenze. Il rehab è inevitabile e - nel frattempo - la band finisce in stand by. Il recupero dura complessivamente un paio d’anni, durante i quali avvengono anche le inevitabili ricadute. Solo durante il 2017 Zachary trascorre ben sei mesi in diverse strutture per cercare di liberarsi dai mostri che lo perseguitano.
Dopo il lungo periodo di disintossicazione, verso fine 2018 i DIIV tornano però in pista, grazie a un tour come supporto ai Deafheaven, che con tutta probabilità influisce non poco nel processo di scrittura dei nuovi pezzi, che si presentano più nerboruti del solito. Nell’estate del 2019 arrivano tre nuovi singoli e il 4 ottobre si materializza il disco della rinascita, nel quale il leader di mette totalmente a nudo con “brutale onestà”. Il disco diviene parte di quel processo di ricostruzione personale messo in atto da Zachary per uscire dalla burrasca dell’eroina, comprendere da dove proviene il proprio dolore, scoprire quali ne sono le cause e quali i mezzi migliori per combatterlo.

Deceiver è il disco della catarsi, della purificazione, un lavoro oscuro, un viaggio negli anfratti più bui di una mente alterata dallo specchio deformante delle droghe. Dark e shoegaze vengono abilmente pilotati dal producer Sonny Diperri (per la prima volta la produzione viene affidata a un esterno), in passato al lavoro con My Bloody Valentine, Nine Inch Nails e M83, che contribuisce a condurre i suoni verso un’estetica prossima ai capolavori di Kevin Shields. I riff risultano più potenti rispetto al passato (“Taker”) e i feedback presentano una grana più grossa, rafforzati da qualche sbavatura grunge. “Horsehead”, nel quale Zachary racconta senza filtri il periodo di riabilitazione, apre il disco fissando il sound che caratterizzerà l’intero lavoro. I brani meno tirati si assestano su coordinate più propriamente shoegaze, come nel caso della straziante “Lorelei”, ma a lasciare stupefatti è la capacità di replicare gli stessi suoni dei MBV, specie in “For The Guilty”, un brano che racconta le conseguenze del successo.
In alcuni sprazzi elettrici la band subisce l’influenza dei Deerhunter (“The Spark”) mentre nei momenti più malinconici richiama i Girls In Hawaii e i Nothing più introversi. Nude e scintillanti le sei corde in “Skin Game” e “Between Tides”, che rappresenta il lato più sensuale del gruppo, fino alle scelte di compromesso di “Like Before We Were Born”, con le strofe immerse in un’alba pallida e le folgoranti schitarrate perfette per squarciare il buio. Meno rumorosa, “Blankenship” alza la polvere in un’atmosfera di torrida elettricità motorik, con un testo che narra il più grave incidente minerario mai accaduto negli Stati Uniti, a sottolineare il tema portante dell’album, quello delle responsabilità personali.
Epico il finale, affidato ad “Acheron”, traversata tra due mondi affrontata levando un suadente lamento fra muri di chitarre turgidi e catramosi, che prendono il sopravvento nella coda strumentale.

Deceiver si afferma come il lavoro più compatto e monolitico della band americana, che si conferma fra le realtà più interessanti nate e consolidatesi nel corso degli anni Dieci. In pole position per divenire un’eccellenza assoluta nel decennio successivo.

DIIV

Dipendenze nu-gaze

di Claudio Lancia

Abbandonato il ruolo di batterista nei Beach Fossils, nel 2011 Zachary Cole Smith raduna un gruppo di amici per un progetto solista. La band si focalizzerà su un personale mix di wave e shoegaze: nonostante forti dipendenze che ne rallenteranno l’attività, i DIIV firmeranno tre dischi fra i più apprezzati degli anni Dieci
DIIV
Discografia
 Oshin (Captured Tracks, 2012)7
 Is The Is Are (Captured Tracks, 2016)7,5
Deceiver (Captured Tracks, 2019)8
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

How Long Have You Known?
(da Oshin, 2012)

Doused
(da Oshin, 2012)

Wait
(da Oshin, 2012)

Mire (Grant's Song)
(da Is The Is Are, 2016)

Blankenship
(da Deceiver, 2019)

Skin Game
(da Deceiver, 2019)

Live on KEXP - Full Performance
(18 ottobre 2012)

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