Eartheater

Trinity

2019 (Chemical X) | deconstructed club, art pop

Dopo essere approdata alla PAN di Bill Kouligas, dando vita al melting pot elettronico “IRISIRI”, la polistrumentista americana Alexandra Drewchin, in arte Eartheater, torna a distanza di pochi mesi con il quarto disco in carriera, “Trinity”, amplificando di scatto le istanze palesate finora, in quello che resta un approccio variegato alle macchine, tra breaks irregolari, composti e decomposti a seconda dell'umore, per una scrittura ancora una volta estremamente contorta, visionaria, attraverso la quale lasciare fluire la propria filosofia, tesa a esplorare “contestualmente soggetti incendiari, realtà alternative legate alla vastità dell'infinito, all'isometria del tempo e dello spazio, all'ambiguità delle parole, all'evoluzione della sessualità in un'era digitale”, come dichiara lei stessa.

Accanto alla musica, che potremmo inserire in quel calderone tanto discusso dalla critica e definito dai meno suggestionabili come “deconstructed club” - una definizione, quest’ultima, non proprio immediata, tuttavia necessaria per inquadrare sul piano meramente compositivo anagrammi electro e bizzarie assortite - troviamo versi ispirati, nei quali emerge la trinità dell’acqua (presente in natura allo stato solido, liquido e gassoso) come metafora costante di un concept il cui scopo è inquadrare secondo la propria sensibilità ed esperienza l’evoluzione della società contemporanea. In “Pearl Down”, prodotta da AceMo, è appunto una cascata sintetica a costituire una sezione ritmica talvolta indefinibile, di certo sfuggente. Mentre in “High Tide” la forza dirompente dell’acqua domina l’intera narrazione:

Water can put out flames
But nothing can stop this day
I feel a high tide in my eyes
Brimming at the sight of you
I feel a high tide in my chest
Ready to flood this house
Gush down the hallway
Crashing through the windowpane
Wash the pain away

Oltre al sopracitato AceMo, la presenza dei vari Tony Seltzer, Kwes Darko, Color Plus, Denzxl, Dadras e Hara Kiri arricchisce una produzione eccellente sotto il profilo dei suoni, al solito curatissimi, calibrati, per quanto comunque distorti, con inserti mai realmente invadenti, il tutto al netto di una complessità di fondo che impone un’attenzione maggiore e sicuramente molti più ascolti del solito. Tuttavia, l’irregolarità cede spesso il passo al pathos e si spicca il volo in brani come “Solid Liquid Gas”, quasi una sorta di featuring ipotetico e impossibile tra Sophie e Juana Molina (!), quantomeno nel “refrain”, o in quello che potrebbe definirsi tale.

Non mancano poi movimenti meno incalzanti, con i wooble bass a mordere i tappeti e a scuotere i pilastri, vedi "Spill The Milk". Una ballad dall’atmosfera lunare, in vaghissima salsa trap, decisamente riuscita. Resta comunque da penna rossa qualche isolazionismo di troppo e qualche frattaglia Idm da contorno e a tratti eccessivamente in zona Zola Jusus (“Pearl Diver”). Ma nel complesso, la nuova prova della producer del Queens a suo modo non tradisce le attese. Un album/mixtape che, tra l’altro, inaugura anche la sua nuova etichetta: Chemical X.
Ad maiora.

(25/10/2019)

  • Tracklist
  1. Prodigal Self
  2. High Tide
  3. Supersoaker
  4. Spill the Milk
  5. Lick My Tears
  6. Pearl Diver
  7. Preservation
  8. Runoff
  9. Fontanel
  10. Solid Liquid Gas
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