Bo Ningen - Sudden Fictions

2020 (Alcopop! Records)
alt-rock, noise-rock

La storia del bizzarro quartetto giapponese Bo Ningen – di base a Londra – nasce nel 2010 e dopo un variegato percorso costellato di tre album completi e una manciata di ulteriori pubblicazioni tra promo e live, giunge ora alla realizzazione di un nuovo lavoro full length dal titolo “Sudden Fictions”.
La formazione è composta da Taigen Kawabe (basso e voce), Yuki Tsujii (chitarre), Kohnei Matsuda (chitarre) e Monchan Monna (batteria). Il loro repertorio è da subito apparso un travolgente miscuglio di emozioni e generi spinti sempre al limite: noise, post-rock, psych, math, industrial, ma anche progressive, blues, tracce di jazz, sono tra gli ingredienti fusi in un’eterogenea tavolozza di inesauribili colori. In “Sudden Fictions” questi elementi sono amalgamati con sorprendente personalità e con ineffabile costrutto come mai prima d’ora.

I Bo Ningen tentano di riscrivere la storia della musica del Ventesimo e del Ventunesimo secolo, tratteggiando proprie linee temporali e creando collegamenti tra granitici riferimenti estratti da generi e artisti differenti, con l’obiettivo di creare un paesaggio sonoro inedito e disorientante. Per immergersi nella ricchezza e nella diversità non solo della musica, ma anche della cultura degli scorsi decenni, i Bo Ningen hanno iniziato a registrare l'album nel 2018 a Londra per poi spostarsi negli studi di Tokyo e Los Angeles, utilizzando una pletora di strumenti inconsueti, tra i quali una batteria degli anni 20, estrosi guitar glitch, un monumentale sintetizzatore Prophet 5 e una chitarra a doppia testa, ispirata alla figura altrettanto sperimentale di Glenn Branca. Lungo la strada è stato caricato sul furgone anche Bobby Gillespie, ospitato nel singolo “Minimal”, brano ritmato, con verve psichedelica, a tratti addirittura orecchiabile; quasi una filastrocca dal sincopato ritmo seventies.

La traccia di apertura “You Make A Mark Like A Calf Branding” inizia con rumori industrial che appaiono come una messa a punto della strumentazione, un annuncio, prima di attaccare con un brano in stile blues decostruito e sbattuto violentemente addosso a vibrazioni neo-sinfoniche. Urgenza, rapidità, eccitazione sono le caratteristiche di “Aka”, che inizia con un giro di basso ipnotico, a sostegno di un complesso ritmo post-punk, con apprezzabili venature math-rock e chitarre intrecciate simili a cascate di cristallo.
“Silenced” è un viaggio psichedelico, trasandato, a tratti inquietante e concluso con un ipnotico fraseggio chitarristico che lascia il testimone al feedback d’ingresso in “Zankoku”, dove una batteria frenetica e una serie di suoni digitali, noise e math si alterna a inaspettati inserti shoegaze. Probabilmente è il pezzo più centrato e distintivo dello stile dei Bo Ningen, idoneo per sbalordire il pubblico durante le esibizioni live.

Le articolate sperimentazioni continuano a svilupparsi in “Kyutai”, costruita su una contagiosa e rilassata atmosfera dub-reggae sognante, fluttuante e immersa in una foschia immaginaria, direzione che si ripete in “Kuzurenai”, pezzo altrettanto contenuto e pensieroso ma cesellato da stimolanti giochetti strumentali che riprendono gli arzigogolati divertissement del compianto principe di Minneapolis.
“B.C.” è una traccia potente, guidata da un poderoso giro di chitarra che si affaccia su un traballante lido pop, mentre “Riff” chiude il disco avvolgendolo in un vortice che fonde stranianti suoni di inconsueti dispositivi telegrafici a spiazzanti segnali alieni propagati nel vuoto cosmico. Un ritmato rock infuso di macchie jazz, lampeggiato da un basso, così intenso da ricordare gli abissi delle profonde gole tibetane.

"Sudden Fictions” è un album che richiede una buona preparazione di fondo e importante concentrazione; le numerose coordinate musicali e gli step di genere trasportano l’ascoltatore in un’evoluzione continua, particolarmente ardua non solo da catalogare ma anche da giudicare con immediatezza. Ecco tra le mani il classico esempio di prodotto musicale da gustare più volte per tentarne l'agognata comprensione.
La scelta di indirizzare il progetto verso innumerevoli direzioni, anche all’interno dello stesso brano, lascia spazio a interpretazioni molto soggettive, dove ciò che può risultare intrigante per alcuni potrebbe non esserlo per altri. Questo risvolto è però il paradossale e inestimabile pregio del disco. A seguito di una scelta sonora che può apparire poco apprezzata o solo non perfettamente assimilata, segue sempre un momento che colpisce e stuzzica, riconducendo a seguire il percorso sperimentale con interesse e curiosità, ai limiti di un’entropica perfezione. Un esercizio di assimilazione concettuale di ciò che può essere il rock moderno portato agli estremi, ma con i piedi ben saldi sulle fondamenta che l'hanno edificato.



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