Doves

The Universal Want

2020 (Heavenly) | alt-rock, dream-pop

Chissà in quanti ci speravano ancora in un nuovo disco dei Doves da Wilmslow, Cheshire. Qualcuno forse se li era anche dimenticati. Cose che capitano quando lo iato di una band dura, mese più mese meno, quanto i suoi anni di attività, anche se parliamo di una formazione che in patria ha totalizzato due numeri 1 e ha rischiato una fama sulla scia di quella dei Coldplay. Un paragone ovviamente da contenere nei confini inglesi, di un certo gusto melodico e qualche sfumatura della voce di Jezz Williams, date l'impalpabilità e la sfuggevolezza di molta musica dei Doves e, dall'altra parte, i colori iper-saturi della seconda fase della carriera della band di Chris Martin.
Prima il ritorno live, poi qualche timido annuncio, infine, alla spicciolata, i primi singoli. In punta di piedi, senza annunci trionfali ed estenuante battage mediatico, a poco a poco, i Doves sono tornati. Proprio come se ne erano andati.

La scelta azzardata, ma a conti fatti vincente, è stata anche quella di non inseguire nuove tendenze, di non cercare di rimodellare il suono tendendolo verso i nuovi gusti del pubblico, bensì di riprendere il discorso proprio dove lo si era lasciato. Così, dopo un bagno di effetti elettronici e qualche spoken word trasognato, eccoci subito inseguire le solite chitarre incisive, ma leggere, che sembrano simulare un volo notturno a bassa quota, sfiorando con la pancia comignoli e antenne della televisione. Entrambe magiche come lo erano le canzoni di “Lost Soul”, “Carousel” (il primissimo singolo rilasciato, costruito intorno a un sample di Tony Allen) e “I Will Not Hide” riaccendono il dream-pop liquido, ma fisico, palpabile del trio inglese sulle stesse frequenze di un tempo.
Entrambi forti di un ritornello deciso e radiofonico, “Broken Eyes” e l'altro singolo “Prisoners” sono due rock trasognati ma sferzanti, mentre “For Tomorrow” che incespica nella sua struttura variabile e ambiziosa è l'unico episodio a mostrare un po' di ruggine.

Muta spesso forma anche la title track, che ci sballottola da un ingresso romantico per pianoforte e voce a un turbine di tastiere e bassoni madchester. L'ultimo singolo, “Cathedrals Of The Mind”, è invece un'immersione nella versione più fumogena e stordita, ortodossamente dream-pop della band, seppur si concede qualche interessante vezzo ritmico prima del finale. Luci al neon e polvere di fata segnano anche la coda di “Mother Silverlake” e l'uscita di scena semi-acustica affidata all'incantevole “Forest House”.
La scelta vincente di cui parlavamo sopra impedirà a “The Universal Want” di conquistare nuovi ascoltatori, o perlomeno non un numero cospicuo di questi. Si tratta di un disco i cui testi grondano nostalgia e speranza per il futuro, molto probabilmente capace di parlare soltanto a chi lo stava aspettando, a chi già conosceva la magia dei Doves. Per questa comunque vasta fetta di ascoltatori sarà però il perfetto viatico per ricordare tempi migliori e lo sprone per migliorare quelli attuali.

(17/09/2020)

  • Tracklist
  1. Carousels
  2. I Will Not Hide
  3. Broken Eyes
  4. For Tomorrow
  5. Cathedrals of the Mind
  6. Prisoners
  7. Cycle of Hurt
  8. Mother Silverlake
  9. Universal Want
  10. Forest House


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