Elysia Crampton

ORCORARA 2010

2020 (PAN) | ambient, elettronica, spoken word

Che si tratti dei suoi progetti originali o dei suoi ricchissimi mix, la ricerca musicale di Elysia Crampton è contraddistinta da un incontenibile senso di urgenza, una profonda coscienza concettuale che talvolta (mai però nei lavori più compiuti) subordina il dato sonoro ai molteplici temi scelti per l'occasione, di volta in volta espressi attraverso codici diversi. Il bagaglio teorico non accenna affatto a diminuire con “ORCORARA 2010”, progetto commissionato alla compositrice amerindia per un'installazione del Centro d'Arte Contemporanea di Ginevra, ma ad aspettarsi qualcosa di simile alle sue opere passate si rischia di prendere un grosso abbaglio, e forse rimanere pure delusi.
Il lavoro di gran lunga più esteso e corposo della musicista aymara passa in rassegna diversi dei concetti a lei cari (raggruppati attorno alla dedica a Paul Sousa, che pur incarcerato ha speso la sua esistenza per spegnere gli incendi della Sierra Nevada in California) disperdendoli in una buia maglia ambient-tronica, sparsa e allo stesso tempo organica, lontanissima dalla frenesia timbrica anche solo del precedente omonimo. La novità, anche a un primo impatto, è lampante.

Pieno di brani dalla durata consistente, quando non torrenziale (“Morning Stare-Red Glare-Sequoia Bridge” manca di poco il quarto d'ora), l'album è opera che reclama i propri spazi, che dosa le progressioni con opportuno rigore, dotando ogni singola idea di un'adeguata cornice per esprimersi. Soprattutto, è album che sa avvalersi con grande abilità di un comparto strumentale di tutto punto, a conferire assoluta profondità di assetto, tale da garantire tanto un nuovo slancio ai tracciati più vicini ai suoi suoni della terra d'origine, quanto un'accresciuta inquietudine alle istintive linee di pianoforte e fiati, giocate sul sottile crinale tra mansuetudine e agitazione.
In questo senso, il rafforzato comparto vocale, che qui acquisisce concretezza testuale ed espressiva di tutto punto, traduce con pregnanza le diverse attitudini dell'album, le piega all'esposizione di letture poetiche (courtesy of Jeremy Rojas, a cui sono riservati sghembi momenti pianistici, perfetti per impostare le sue posate declamazioni), instabili melodie dell'anima (Embaci per la candida folktronica di “Grove”), evoluzioni dal tono lirico, che avanzano contatti con la musica sacra (Shannon Funchness dei Light Asylum per la frenesia minacciosa di “Crucifixion”).

È indubbio che è più la cura delle tessiture atmosferiche a risultare in primo piano, con un gusto della sorpresa e della provvisorietà che tramuta pattern consolidati nel loro negativo: basta considerare il rapido mutamento a metà brano della già menzionata “Morning Star”, laddove flussi sintetici degni dei maestri berlinesi erompono in una fragorosa esplosione dalle fattezze industriali, prima che pianoforte e sintetizzatori si riprendano i loro spazi.
Il ritmo, laddove subentra sotto forma di percussioni o taglienti staffilate elettriche, riveste comunque una sua specifica importanza, nella misura di elemento di disturbo, di un'amplificata agitazione che riprende i temi centrali dell'album: la persecuzione delle comunità native, la violenza del Cristianesimo, i sistemi di oppressione, legati a una catena del bisogno che sa come trarne profitto. Il crepitio delle fiamme californiane emana le proprie scintille in “Abolition”, collegandole a un tragitto di stampo cosmico, che finisce con l'universalizzare la devastazione. E così “Dog Clouds”, con fili di spazzole che quasi ne fissano l'andamento in una cornice dark-jazz, si risolve in un efferato contorno di feedback, declinato in chiave hardcore.

In questo ricco armamentario di soluzioni e possibilità, in cui anche gli elementi più ancestrali reclamano il loro legittimo spazio (spandendosi su larga parte della seconda metà), è la lunga mano di Crampton a tenere saldissime le redini e ad amministrare con tutta la caparbietà necessaria l'andamento dell'album, dosando con accortezza l'alternarsi di pieni e vuoti, ma soprattutto riassumendo l'intera operazione attorno alle nervose, impensierite ambientazioni di base, su cui lasciar evolvere complessi microcosmi. Mai però un progetto della produttrice si era dotato di un così ampio respiro, ha saputo dotare la sua incessante indagine concettuale di un afflato allo stesso tempo epico e profondamente attuale. Tra storia, mito e attualità, un nuovo potente affresco che libera e opprime allo stesso tempo.

(20/05/2020)

  • Tracklist
  1. Secret Ravine (Chakama en general)
  2. Dog Clouds (ft. Jeremy Rojas)
  3. Morning Star-Red Glare-Sequoia Bridge (ft. Jeremy Rojas)
  4. Grove (ft. Embaci)
  5. Sierra Nevada (ft. Jeremy Rojas)
  6. Homeless (Q'ara)
  7. Amaru-Otorongo (Dried Prine)
  8. Crucifixion (ft. Shannon Funchess)
  9. Spring Of Wound
  10. Crest (ft. Fanny Panakara Chuquimia)
  11. Abolition (Infrared)
  12. Flora (ft. Jeremy Rojas)
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