Dopo il fortunato Ep di debutto intitolato "Tension" e il successivo anticipatore "Shallow Tears", usciti due anni orsono, i Light Asylum, l'eclettico duo formato dal produttore e tastierista Bruno Coviello (prima nella formazione synth-pop dei Dreamies) e dalla formidabile voce
black di Shannon Funchess (già turnista con i
!!!), esordiscono ufficialmente con il loro primo lavoro sulla lunga durata.
La loro è una formula di semplice esposizione, ma applicata con complessità: interpretare il
dark-punk (quello dei
Joy Division di "
Unknown Pleasures" e dei
Wire di "
154", ma anche dei primi
Cure e di
Siouxsie And The Banshees) mediante la formula dell'industrial dei
Fall e dei
Nine Inch Nails, all'insegna di schizofreniche e funamboliche linee di synth a contrapporsi alla citata voce della cantante, un vero e proprio macigno, tanto da risultare in più tratti ben più baritonale di una "normale" voce
black e in grado rendere ancor più sinistro il
sound. In realtà questa era la formula che i due avevano presentato nell'acclamato primo episodio della loro carriera, che era stato in grado di far sperare in un folgorante futuro tanto quanto quest'album di debutto è in grado di deludere profondamente.
Le ragioni di tale flop vanno ricercate nella decisione dei due di distaccarsi, in più della metà dei brani (sei su dieci), dall'egemonia del
dark e di aprirsi a un
synth-rock colorato e vivace, già vagamente presente nel secondo
extended (ma si pensava fosse l'eccezione), dal
drumming pesante ma privo dello strazio vocale e strumentale che pareva essere destinato a divenire il marchio di fabbrica dei due, sostituito da una patina
vintage che sa fin troppo di già sentito e di precocemente invecchiato.
Eppure l'esordio di "Hour Fortress" pareva voler confermare le attese dominazioni oscure: uno straziato canto
à-la-Cure dove è difficile rendersi conto che la voce, che pare recitare un rituale nero su una base ammiccante e quasi
tech-house, appartenga a una donna, tanto è amara, a tratti acre, ma possente e virile la tonalità che utilizza. Il
dark side dell'album prosegue poi fra rimandi ai
Ministry, con base
aphextwiniana e
vocals graffianti, ruvide e grezze in "Pope Will Roll" e nella cavalcata
dark-house "Ipc", e ai Nine Inch Nails nell'urlo
industrial-rave di "At Will", in cui anche il canto di Funchess pare voler sfiorare Reznor e soci. Ma qui finisce, tra buoni propositi e ritorni di fiamma illusori ("At Will" è la terzultima traccia) la sezione oscura del disco, con gli unici quattro brani all'altezza delle aspettative.
La restante parte degli stessi, infatti, si spoglia interamente di ogni rimando punk o dark, virando verso un
synth-rock fin troppo simile a quello già portato avanti da formazioni come i !!!, intriso delle più svariate memorie
new wave e pennellato fino al midollo di tinte dance. La voce di Funchess, in precedenza perenne protagonista, assume tutto d'un tratto un tono disteso e quasi distaccato, giungendo a divenire persino femminile in alcuni acuti; i sintetizzatori iniziano a martellare dapprima roboanti stralci
wave vagamente ammiccanti ai
Depeche Mode di "
Black Celebration" ("Heart Of Dust", lontana però anni luce dalle suggestioni del trio), poi giri melodici tra
Ultravox e i secondi
Alan Parsons Project ("Angel Tongue", terribilmente simile alla famigerata "Sirius" nell'incedere), fino a sposare un romanticismo quasi
glam in "Shallow Tears", con Funchess a recitare la parte del(la)
crooner sul modello di
Bryan Ferry e a dissipare le tessiture melodiche e melancoliche di Coviello.
Con gli ultimi due brani entriamo in pieno territorio synth-pop, di nuovo
vintage ma marcatamente danzereccio in "End Of Days" (tentativo di adattamento alla recente dance-pop?), sfacciatamente pompato e melodico nella chiusura di "A Certain Person", una vera e propria
pop song che non sfigurerebbe come singolo di traino per portare qualche grano in saccoccia, ma che sul piano più squisitamente artistico non ha alcunché da dire.
Tirando le somme, la scelta, difficilmente motivabile, del duo di tentare di percorrere al tempo stesso due strade non paga, in quanto la "nuova" via del pop-rock elettronico presenta un gran riciclo di suoni già sentiti nonché uno spreco totale di potenziale, la cui presenza è invece testimoniata dall'ottimo livello dei quattro episodi a cavallo tra dark ed industrial. Un'occasione gettata al vento, quella dei Light Asylum, che potrà essere ripagata solo con un'eventuale correzione di tendenza in un futuro il più possibile prossimo.