10 Years

Violent Allies

2020 (Mascot) | alt-rock/metal, post-grunge

Assieme a gruppi come 30 Seconds To Mars e Breaking Benjamin, i 10 Years sono nati sulla scia di quel filone alternative-rock che fra la fine degli anni 90 e l'inizio dei Duemila (Chevelle, Dredg e A Perfect Circle) ha aggiornato il post-grunge ai gusti e agli umori del cambio di secolo, con influenze nu-metal, industrial-rock, hard-rock ed emocore, ma con un taglio più immediato ed emotivo, meno variopinto e "sperimentativo". Il loro lavoro migliore è senza alcun dubbio "The Autumn Effect" del 2005, un disco malinconico ed emozionale, che spiccava nel confronto con i colleghi 30 Seconds To Mars (autori di un esordio omonimo piacevole e poi scaduti lo stesso anno col meno riuscito "A Beautiful Lie").

Negli ultimi anni, i 10 Years sono un po' usciti dai riflettori, anche perché la loro proposta si è poi mostrata discontinua e ripetitiva. "Violent Allies" vede la formazione americana cercare di ritrovare la verve precedente. I brani sono brevi e grintosi, come da tradizione del gruppo, seguendo pedissequamente una forma-canzone d'impatto scandita dai muri di chitarra distorta di sottofondo su cui si stagliano l'intensa batteria e soprattutto la potente ed espressiva voce di Jesse Hasek, quest'ultimo la punta di diamante del gruppo.

La produzione è affidata al discusso Howard Benson, già noto per essere stato il regista dietro alcuni dei dischi post-grunge più venduti (ma anche più scialbi) dei 2000; con lui il gruppo aveva già collaborato nel 2010 con il poco riuscito "Feeding The Wolves". In effetti, durante l'ascolto emerge la sensazione che il suo tocco abbia impedito al gruppo di esprimersi completamente per non intaccare la radiofonicità. Inoltre, dietro alla scarsa durata c'è sicuramente il suo zampino e purtroppo ciò alla fine fa emergere una sensazione di incompiutezza.

Al di là di questi difetti, in ogni caso si intravede il piacevole pedigree dei 10 Years. Fra i ritornelli più trascinanti e magnetici, l'iniziale singolo "The Shift" e "Cut The Cord", ottimi biglietti da visita per il gruppo, con un appeal immediato che strizza l'occhiolino a certa malinconia melodica. La canzone più debole è invece la power-ballad "The Unknown", fin troppo scontata e melensa e con i singulti di Hasek eccessivamente di maniera.
Le tematiche sono cupe e pessimiste: il già citato singolo "The Shift", ad esempio, paragona l'umanità a un virus che non può essere estirpato (non c'è legame con la pandemia da Covid-19 in quanto è stato scritto nel 2019), mentre "Déjà Vu" assume cupe tinte nichiliste che suonano come una richiesta d'aiuto camuffata da rassegnazione ("Turn off my brain, this all feels the same/ I've given all I've got, there's nothing more").

Il songwriting è abbastanza compatto e forma un blocco corposo nel corso dei soli 36 minuti dell'album, che viene inframezzato giusto da qualche spruzzo di tastiera qua e là e dalle parentesi strumentali elettronico-acustiche di "Planets III" e "Planets IV", che ricordano troppo il disco del 2012 "Minus The Machine", fino alla conclusiva "Say Goodbye", con le sue distensioni atmosferiche a cui però si accompagnano linee vocali che seguono troppo Maynard James Keenan e un approccio semplificato rispetto ai brani conclusivi degli altri album. 

In generale, sembra che il gruppo abbia voluto ridestare il proprio lato più aggressivo assieme a quello più immediato e malinconico, e a lungo andare ci riesce: ma questo è anche il limite di un disco che non va oltre l'onesto, piacevole lavoro di mestiere, congegnato soprattutto per i fan del gruppo.

(21/12/2020)

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