Saint Etienne

I've Been Trying To Tell You

2021 (Heavenly) | vintage-pop, folk-pop, lounge-pop

Se è vero che solo i grandi artisti riescono a rendersi sempre riconoscibili al loro pubblico, il trio inglese dei Saint Etienne si conferma uno dei gruppi di maggior spessore degli ultimi decenni. Al loro decimo album, nonostante i trent'anni di attività, i londinesi riescono ancora a proporre musica originale e nello stesso tempo mantenere il loro stile raffinato, ricercato con atmosfere un po' nostalgiche. Neanche in questo lavoro rinunciano alle sinuose melodie orecchiabili che catturano con eleganza dopo pochi ascolti. Rispetto agli ultimi lavori, però, in "I've Been Trying to Tell You" approfondiscono il loro lato più malinconico, che sembravano aver messo da parte negli ultimi lavori e che caratterizzava in parte i loro album di inizio secolo.

Questa volta, l'enciclopedica conoscenza musicale della coppia di dj Bob Stanley e Pete Wiggs, accompagnati dalla inconfondibile voce di Sarah Cracknell, è focalizzata sul periodo finale degli anni Novanta. I Saint Etienne prendono spunto da piccoli sample di canzoni di artisti di quel periodo (Lighthouse Family, Honeyz, Tasmin Archer, per citarne alcuni) per poi rielabolarli in forma completamente nuova, aggiungendo talvolta strumentazione o scarnificando i pezzi originali sino a renderli un lontano ricordo. Il risultato è un concept-album quasi onirico: come quei sogni, frammentati e impalpabili al mattino, che evocano qualcosa di già vissuto ma che ci dicono qualcosa di attuale, le musiche dei Saint Etienne richiamano a melodie conosciute ma le trasformano e rimandano a nuovi orizzonti.
Emblematico in questo senso è il singolo apripista dell'album, "Pond House", numero synth-pop contenente un campione di "Beauty On The Fire" (2001) di Natalie Imbruglia, probabilmente una delle cantanti più rappresentative nella cultura pop di quel periodo. Rispetto alla versione originale, la melodia appare inizialmente identica, ma poi rimane come risucchiata in un vortice circolare creato da una linea di basso ipnotica. Ben presto ci si accorge di restare immersi in un'atmosfera del tutto nuova e ci si lascia cullare dalla ripetività del testo che ci accompagna fino alla fine della canzone, ma che si vorrebbe prolungare all'infinito.

È azzeccata anche la scelta di inserire l'orecchiabile title track fra i due pezzi meno accessibili dell'album: la lunga ed eterea "Music Again" e l'ottima "Fonteyn", che rimanda al coevo trip-hop inglese dei Massive Attack. "Little K" è una canzone intrisa di dolcezza, con un'atmosfera sognante che riecheggia alcune ambientazioni dei Sigur Ros, a cui fa da contraltare la successiva e più sofferta "Blu Kite", dalle tonalità ambient.
Le tre tracce finali sono forse le più interessanti dell'album e fra le migliori della loro produzione. "I Remember It Well" non ha un testo; il titolo richiama un passato ormai lontano, ben presente nella memoria, ma ormai superato; le sonorità, però, supportate da chitarre e da un coro avvolgente, sembrano trascinare l'ascoltatore verso un futuro radioso. Non sarebbe difficile immaginarla come colonna sonora di un film, da piazzare nel momento finale quando il dramma è stato ormai risolto e i protagonisti si apprestano a vivere fiduciosi ciò che la vita riserverà loro. È stata, invece, scelta davvero come colonna sonora la successiva "Penlop", che accompagna un film di Alasdair McLellan, dal quale sono stati ricavati anche alcuni estratti nel relativo videoclip: l'avvio è sommesso, ma quando irrompe la voce sempre sinuosa e ricercata di Sarah Cracknell, anche la musica si fa più vivida e luminosa, pur senza smarrire un retrogusto malinconico e dreamy.
La chiusura è affidata a "Broad River" che si stende placida per poco più di cinque minuti prima di essere ancora una volta cullata dalla voce della Cracknell, che sussurra pochi versi, quasi in forma di preghiera ("A love like this, a love like this again. Again"), che ben si adattano all'andamento circolare che contraddistingue quasi tutte le canzoni dell'album e che sembra volerci suggerire di doverle riascoltarle tutte, ancora e ancora.

"I've Tried To Explain You" è dunque un album riuscito e coeso, seppur più complesso e meno immediato del fortunato lavoro precedente, "Home Counties". Le parti vocali sono ridotte al minimo, quelle strumentali, al contrario, si rivelano ancor più stratificate, svelando, ascolto dopo ascolto, svariate squisitezze tecniche nella loro costruzione. In questo senso, il trio inglese mette in campo la sua esperienza quasi artigianale nel miscelare sapientemente diversi stili e generi e servire dei pezzi con una forte identità sonora. È un album che si può ascoltare in sottofondo, così come con orecchio sempre attento, ma richiede la disposizione dell'ascoltatore a immergersi nel loro sound, lasciandosene completamente trasportare; non raggiunge le vette stilistiche di alcuni capolavori precedenti, ma rappresenta un'ulteriore evoluzione nello stile del gruppo londinese. Fare musica di questo livello non è mai banale, riuscire sempre a innovarsi dopo tre decenni di attività è veramente raro.

(08/10/2021)

  • Tracklist
  1. Music Again
  2. Pond House
  3. Fonteyn
  4. Little K
  5. Blue Kite
  6. I Remember It Well
  7. Penlop
  8. Broad River


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