Carovane di chitarre, eccellenti sezioni ritmiche e atmosfere prevalentemente festaiole sono gli elementi che contraddistinguono il sound degli Etran De L’Aïr. Da sempre molto attivi in Niger, solo recentemente sono riusciti a emergere fuori dai confini nazionali grazie all’intuizione del produttore americano Christopher Kirkley che ha deciso di dar loro fiducia e farli partecipare a tour in Europa e in America.
“Agadez” è il primo album pensato per uno studio di registrazione ed è dedicato alla città in cui hanno sempre vissuto e suonato. La capitale del Aïr, da sempre crocevia delle rotte commerciali sahariane e punto di riferimento per le popolazioni del deserto, è la protagonista indiscussa delle storie raccontate nel corso delle dieci canzoni che compongono l’album. Il primo brano “Imouwizla” la raffigura carica di migranti pronti a intraprendere il grande viaggio verso l’Europa. Il pezzo per il tema trattato è indubbiamente malinconico; le suggestive parti vocali e gli strati di chitarra elettrica lo rendono molto affine alle sonorità desert-blues dei Tinariwen.
Tuttavia, già con la successiva “Toubouk Ine Chihoussay" i ritmi cambiano e il gruppo nigerino mostra il loro lato più esuberante. In un tripudio di riff e fraseggi, lascia che il talento dei solisti prenda il sopravvento e regala un pezzo che è un autentico invito al movimento. Molti brani in “Agadez” sono concepiti con l’idea di essere ballati: intorno a un fuoco come “Tahawerte Ine Idinette” o nella frenesia di una festa come in “Tarha Warghey Ichile".
D’altronde, la musica degli Etran De L’Aïr è sempre stata comunitaria e partecipativa e più focalizzata sulla dimensione live. Sin dalla loro fondazione, non hanno mai smesso di esibirsi in qualsiasi evento pubblico o privato dove fosse richiesta la loro presenza. Con una punta di orgoglio, hanno dichiarato di aver sempre cercato di utilizzare la musica come un mezzo per avvicinare le diverse etnie che compongono la capitale. In questo senso, la connessione con il territorio, dichiarata nel titolo dell’album, non è solo affettiva ma anche espressiva. Rispetto ad altri musicisti affermati dell’Africa sahariana, come Mdou Moctar e Bombino, che pure incorporano elementi della tradizione nomade nel loro sound, il gruppo di Agadez intreccia in maniera originale il rock e il blues del deserto con gli strumenti tradizionali dell’Africa occidentale e con i ritmi binari tipici del Sahara. Questo può rendere la loro musica più esotica a un primo ascolto. Eppure, i ritmi incalzanti, le chitarre rapide e le melodie molto orecchiabili riescono in qualche modo a trascinare un pubblico lontano dal loro mondo e a farlo sentire parte della loro comunità.