Tinariwen

Tinariwen

I signori del deserto

di Fabio Ferrara

Un gruppo, una comunità, un popolo. Hanno cominciato a suonare da molto prima che fossero registrati i loro primi album, sono diventati famosi fra la loro gente, i Tuareg, poi in tutto il mondo. Hanno deciso di deporre le armi di guerra e dedicarsi solo alla musica, in uno stile unico e inimitabile

Uno scrittore romantico non avrebbe saputo inventare una storia migliore di quella dei Tinariwen: da sfollati e reietti a punto di riferimento e orgoglio di un intero popolo. Più che a una  band classica possono essere assimilati a un collettivo musicale: diversi artisti si sono susseguiti nel corso del tempo in questo progetto culturale indissolubilmente legato al popolo Tuareg e alle sue vicissitudini occorse in seguito alla decolonizzazione africana degli anni 60. Il nome Tinariwen significa “Deserti” nella lingua Tamashek e rappresenta un atto di amore verso la lingua identitaria del popolo Tuareg (loro preferiscono farsi chiamare kel Tamashek cioè "coloro che parlano Tamashek") ma anche e soprattutto verso il deserto, unico elemento che i popoli nomadi sahariani riconoscono come propria casa.
La loro musica, lo Tishoumaren (o assouf), rielabora influenze musicali della tradizione berbera con il rock americano. I testi delle canzoni, analogamente al blues, prediligono temi sociali, di esilio e di sofferenza, e per questo alcuni parlano di “desert blues”. Ma il loro modo di suonare trascende ogni possibie classificazione: nel corso delle loro quattro decadi di carriera - assieme al conterraneo Bombino (cantautore nigerino di etnia tuareg) - si sono imposti per longevità, produzione, carisma e influenza fra i maggiori musicisti della scena musicale africana.

Ibrahim Ag Alhabib, uno dei leader  fondatori del gruppo, scappò insieme alla madre esule in Algeria, a soli quattro anni, dopo aver assistito all’esecuzione, da parte dell’esercito maliano, del padre, accusato di essere implicato nel movimento dei ribelli Tuareg. Cresciuto nel campo profughi di Tamanrasset, nel sud dell'Algeria, cominciò a interessarsi di musica in maniera del tutto spontanea. Imparò a suonare il flauto per accompagnare il gregge della famiglia al pascolo. Poi cominciò ad ascoltare la musica algerina di Rabah Driassa e quasi per caso alcuni artisti americani come James Brown, Jimi Hendrix ed Elvis Priesley. Non aveva soldi in quel periodo e cambiava spesso lavoro per guadagnarsi da vivere. Anche gli strumenti musicali erano costruiti con mezzi di fortuna. Lui stesso raccontò di essersi costruito la prima chitarra utilizzando un bidone e delle corde.
Quando era adolescente, alla fine degli anni 70, conobbe gli altri due futuri fondatori del gruppo, Alhassan Ag Touhami e Inteyeden Ag Ableine, come lui nomadi profughi che si barcamenavano con ogni mezzo necessario e come lui appassionati di musica e abili suonatori di chitarra. Cominciarono a passare sempre più tempo insieme, a suonare in maniera amatoriale, nei matrimoni o per strada.
Si interessavano molto di politica, in particolare per la difficile situazione dei Tuareg, un popolo che aveva sempre preferito gli spazi sconfinati del deserto ai confini di una nazione e che ora si trovava a sottostare alle imposizioni di uno stato che non sentivano proprio. Chiaramente questi temi toccavano in modo particolare Ibrahim, indelebilmente traumatizzato dalla morte cruenta del genitore. Provarono a trasporre queste tematiche in versi, non limitandosi a comporre canzoni d’amore che generalmente catturano più facilmente l’attenzione del pubblico. Per poter esprimersi liberamente, senza incorrere in problemi con la polizia, andavano a suonare sempre più spesso nel deserto, che con le sue silenziose notti stellate offriva loro le condizioni ideali per suonare indisturbati fino a che avessero voluto. Qui perfezionarono il loro stile musicale incentrato sul suono delle chitarre che d’altra parte tutti loro maneggiavano con estrema destrezza.

Fu proprio a causa delle loro interminabili jam session nel deserto che la gente del posto cominciò a rivolgersi a loro come “kel Tinariwen” (letteralmente “quelli dei deserti” ma traducibile come i ragazzi dei deserti) da cui poi derivò il loro nome.
Ad ogni modo non si limitarono a utilizzare solo la musica come strumento di espressione del loro dissenso verso le politiche governative maliane, perché si convinsero anche a passare alla lotta armata. Si recarono infatti in Libia per essere addestrati militarmente in campi che il colonnello Gheddafi aveva allestito con l’idea di creare una reggimento militare di combattenti sahariani formato da Tuareg. Lì conobbero altri tre futuri componenti del gruppo, Abdallah Ag Alhousseini (detto “Catastrofe”), Kedhou Ag Ossad e Mohammed Ag Itlale (detto “Giapponese”). Il supergruppo formato da ben sei chitarristi si unì alla lotta armata nel Movimento Popolare di Azawad, che li aiutò a finanziare l'acquisto di strumenti musicali e a far circolare la loro musica attraverso dei nastri. Indubbiamente questa militanza permise loro di farsi conoscere fra i popoli del deserto, entusiasti delle loro canzoni in lingua Tamashek. Tuttavia non furono mai dei semplici megafoni di propaganda delle istanze berbere, perché il loro approccio alla musica fu sempre improntato su un costante perfezionamento del loro stile musicale. I loro  testi dovevano sempre essere asserviti alla fruibilità musicale e d’altra parte anche nella scrittura cercavano di prediligere la musicalità delle parole.

Fu solo nel 1992, con il trattato di Pace fra i ribelli e il governo di Bamako che rinunciarono definitivamente alla violenza e decisero di dedicarsi alla musica solo per scopi pacifici e per diffondere l’amore per il deserto e le problematiche delle persone che lo abitano.
Accettarono dunque un invito a registrare alcuni pezzi del loro repertorio in studio e si recarono a Abidjan, in Costa d’Avorio dove vennero alla luce  i loro primi due album in studio dopo oltre dieci anni di carriera: Tenere del 1992 e Bamako dell’anno successivo. Successivamente “Catastrofe” dichiarò in una intervista che il gruppo non fu soddisfatto del risultato: in quell’occasione, avevano pagato la loro totale inesperienza in uno studio di registrazione e il fatto che non erano stati consultati in fase di post-produzione e nel successivo riarrangiamento in cui si fece un uso eccessivo di basi di drum machine e loop di piano con l’idea di rendere il sound più accattivante per il mercato pop ivoriano. Il risultato non fu eccelso e probabilmente per questo decisero di non ristampare più questi dischi, mai pubblicati in Europa, e dei quali sono facilmente reperibili soltanto alcuni brani, come l’interessante title track del primo album che, seppur con influenze arabeggianti molto più marcate, conserva gli elementi stilistici tipici del Tishoumaren.

Decisero quindi di non interessarsi ulteriormente alla registrazione di album e di focalizzarsi piuttosto sulla dimensione live che, a causa della loro vita da guerriglieri, non avevano potuto mai veramente praticare. D’altra parte avevano anche un pubblico che li aveva ascoltati negli anni solo attraverso registrazioni e che era desideroso di vederli finalmente suonare. Non tutti i componenti erano sicuri che la loro musica potesse conciliarsi con le legittime aspettative familiari di maggiore stabilità economica e pertanto alcuni decisero di accettare incarichi statali e suonare quando possibile.
La svolta nella loro carriera avvenne nel 1999, quando accettarono l’invito di esibirsi ad Angers per il Festival Nuit Toucouleur. In quell’occasione Kedou, Alhassan e Abdallah e il nuovo componente del gruppo, Foy Foy, si unirono con il gruppo francese Lo’Jo in un ensemble musicale denominato Azawad.

In questa esperienza conobbero il chitarrista inglese Justin Adams, che decise di produrre nel 2002 il loro album The Radio Tisdas Sessions. Il nome del disco deriva dall’unica  stazione radio in lingua Tamashek che utilizzarono per registrare i pezzi. Anche in questo caso dovettero adattarsi ai pochi apparati di cui disponeva lo studio di registrazione (anche l’elettricità era disponibile per un periodo limitatisssimo della giornata). Stavolta, però, erano supportati da un produttore molto competente come Adams. Parteciparono alla realizzazione tutti gli elementi del gruppo sopravvisuti (Inteyeden era morto) e al nucleo originario si erano aggiunti il già citato Foy Foy, il percussionista Saïd ag Iyad e un trio di cantanti ai cori. Le sessioni di "Radio Tisdas" rappresentano il primo timido incontro con il pubblico europeo, che sicuramente rimase affascinato dalla loro storia, dal loro aspetto, così inconsueto per dei rocker, con indosso le ampie vesti Tuareg e dei veli a coprire il viso. Ma a impressionare il pubblico furono anche i ritmi ipnotici della loro musica, a partire dal brano apripista dell’album, "Le chant des fauves", che si distende lunghissimo in una musica ridotta all’essenziale con la voce e le chitarre accompagnate solo dal suono delle percussioni.
Più vicine ai gusti occidentali sono le successive “Imidiwaren” e “Zin Es Gourmeden” con la chitarra di Ibrahim che si lancia in assoli che che portano l’ascoltatore verso quelle atmosfere che diventeranno un loro marchio di fabbrica. Molto bella anche la ballata “Mataraden Anexan”, una delle gemme più brillanti della loro produzione, con le percussioni che infondono un ritmo quasi marziale, le parole che parlano di pace e le voci di tutti i membri che si fondono insieme, quasi a formare un inno di fratellanza. Gli altri brani dell’album mantengono una buona partitura ma tendono a conservare una struttura simile, appesantendo l’ascolto.

Nel 2004 i Tinariwen registrarono il loro successivo album Amassakoul e la formazione venne radicalmente rimaneggiata. Non parteciparono stavolta due dei membri fondatori, i carismatici Kedhou e Mohammed, che decisero da quel momento di dedicarsi a dei progetti solisti. Il “Giapponese” tuttavia si riunirà a loro ancora una volta nel lavoro successivo. L’ensemble musicale fu invece arricchito da specialisti di strumenti musicali tipici della world music, come il didgeridoo (strumento a fiato australiano), la calebasse e la darabouka (strumenti a percussione della tradizione nordafricana). Si avvalsero anche per la prima volta di un basso, suonato da Eyadou ag Leche, che da quel momento si unirà stabilmente alla formazione.
Dal punto di vista musicale, l'opera si presenta più accessibile al grande pubblico ma meno uniforme rispetto al disco precedente. “Chet Boghassa” e "Aldhechen Manin" hanno un sound molto blues; la prima è stata anche recentemente ripresa da Mdou Moctar. Ricorrono addirittura al rap in “Arawan” e alla world music nei brani che aprono e chiudono l’album, “Amassakoul 'N' Ténéré” e “Assoul”, che ricordano le coinvolgenti melodie di Amadou & Mariam.
Suonano senz’altro rock la frenetica “Oualahila Ar Tesninam" e la più malinconica “Aldhechen Manin”, nelle quali gli strati interconnessi di chitarra si fondono perfettamente con le voci ed i cori.

L’accoglienza della critica verso questi primi lavori fu positiva ma non bastò a farli imporre al grande pubblico. Fu il terzo album Aman Iman del 2007, invece, a fungere da vero spartiacque della loro carriera. Incassò attestati di stima unanimi anche da parte di colleghi molto esigenti come Carlos Santana, Robert Plant, Brian Eno e Thom Yorke, che contribuirono a diffondere il loro nome e a fare riconoscere il loro talento. Misero da parte, questa volta, i richiami alla world music per proporre un sound molto più vicino ai loro gusti.
L’album è introdotto dagli accordi di chitarra di "Cler Achel" a cui si contrappongono il canto melodico e le chitarre degli altri componenti. È la voce di Ibrahim, invece, a stagliarsi nella melodia di “Mano Dayak”, dedicata a un leader Tuareg morto per un incidente aereo durante i negoziati di pace degli anni 90. Il punto di forza di questo, come dei brani successivi, è dato dal perfetto connubio fra la semplicità delle melodie e la trama elaborata ottenuta dall’intreccio degli strumenti, che dialogano fra loro come in un’orchestra.
Le canzoni possono apparire lontane ed esotiche: suona quasi come una  preghiera "Ahimana", in cui un migrante si rivolge alla madre e le parla della sua difficile vita. In questa canzone svettano gli arpeggi di chitarra del “Giapponese” che si fondono alla perfezione con il coro femminile. Sarebbe però un peccato prescindere dal testo così poetico che si conclude con le parole di risposta della giovane donna al figlio esule. Vale la pena soffermarsi sui versi di ogni brano, che testimoniano il costante impegno sociale dei Tinariwen. Anche il titolo dell’album, traducibile come “L’acqua è vita”, ripropone il tema dell’approvigionamento idrico nell’Africa subsahhriana.
Come sempre, però, la forza di questo gruppo risiede fondamentalmente nella musica. I ritmi lenti di "Kyardardem" così come il complesso intreccio di "Toumast” racchiudono l’essenza del loro stile; l’ipnotico incedere della chitarra di Ibrahim in “Assouf” mostra senza ulteriori fraintendimenti che siamo di fronte a dei maestri.

Aman Iman li fece assurgere  al ruolo di divi globali, invitati a suonare in festival del calibro di Glastonbury e Coachella e a programmare inconsueti legami, come un mini-tour inglese con i Tunng, lontani anni luce dal loro approccio musicale.

Forse per contrasto con questa improvvisa celebrità, i Tinariwen decisero di tornare alle radici con il successivo Imidiwan del 2009, che registrarono in un villaggio nel deserto sahariano, lontani dalle comodità delle più moderne sale di registrazione.
Il taglio del nuovo lavoro resta un crossover afro-rock, con un tocco di spiritualità in più e qualche ruvidezza in meno. Blues dolenti che paiono scritti da John Lee Hooker si alternano a mantra afrocentrici, moderne fantasie psichedeliche si susseguono a imprevedibili riff chitarristici, generando una musicalità che rende ridicole al confronto tutte le indie-band occidentali con l'abitudine di frullare suoni esotici nei propri dischi.
Sembra quasi di poter ascoltare la sabbia del deserto nei microfoni di questi signori delle dune, e chiudendo gli occhi, non è così difficile immaginare uno straordinario tramonto africano. Insomma, Imidiwan è un altro album più che riuscito nella produzione della band, dall'anthem iniziale "Imidiwan Afrik Temdam", sino ai droni che chiudono la ghost track "Ere Tesfata Adounia" tanto vicina agli sperimentalismi di Brian Eno da riuscire a chiudere definitivamente il cerchio, riportando a casa quelle idee e quelle attitudini che, con un approccio più elettro, contribuirono a definire dischi come "My Life In The Bush Of Ghosts" quando i Tinariwen muovevano i loro primi timidi passi.

Forti di un consenso internazionale sempre crescente, nel 2010 furono chiamati a partecipare alla cerimonia dei mondiali di calcio in Sudafrica e l’anno successivo rilasciarono il loro nuovo album Tassili. Il titolo deriva dall’altopiano Tassili N'Ajjer posto al confine con la Libia: un luogo affascinante, un paesaggio quasi lunare che i guerriglieri Tamashek utilizzavano per rifugio durante la rivolta contro il regime del Mali, le cui rocce e caverne possiedono il giusto corpo acustico per accogliere le preziose creazioni di Ibrahim e compagni. In questo lavoro i Tinariwen misero da parte le chitarre elettriche e suonarono canzoni adatte per essere cantate vicino al fuoco nel deserto per invocare pace e armonia.
L’incrocio di voci che introduce e caratterizza “Imidiwan Ma Tennam” è ormai un archetipo dei Tinariwen, le piccole coloriture elettroniche (Nels Cline dei Wilco) sono una cornice preziosa che non altera il paesaggio sonoro. L’album scivola così con naturalezza e malinconia, dopo aver portato la musica dei Tinariwen nella cultura occidentale, ora è il gruppo a condurre il popolo occidentale tra le lande desertiche e solitarie del suo mondo. "Tamiditin Tan Ufrawan" è l’episodio più vicino al precedente capitolo e ripropone con elegiaca magia l’incantevole incrocio tra strumenti tradizionali e chitarra elettrica che ha caratterizzato il percorso del gruppo, all’inverso “Tenidagh Hegh Djeredjere” rappresenta lo zen della nuova veste sonora dei Tinariwen, un blues sporco e spartano che non cede a compromessi armonici e trasuda poesia in ogni nota.
Non si riesce a immaginare colonna sonora migliore di “Iswegh Attay” per entrare tra le pieghe di questo desert-blues: l’incidere avvolgente e profondo del brano sconfigge le poche perplessità e apre le porte a questa magnifica rappresentazione del dolore e della solitudine. È la tristezza, in comune con ogni popolo, a rendere brillante questa musica, non è infatti un caso che sia la Dirty Dozen Brass Band protagonista di una delle pagine più malinconiche dell’album, il blues di New Orleans incontra la musica dei Tinariwen nella stravolgente e carnale “Ya Messinagh”, un altro episodio trionfale di un disco straordinario.
Musicalmente, Tassili è un piacere sublime, un album che allinea loop moderni e strali di funk con l’intensa poetica dei Tuareg e contamina di gioia Tunde Adebimpe (Tv On The Radio) che la intona in falsetto nella eccellente “Tenere Taqqim Tossam”. Ma è anche l’album dei canti d’amore di Ibrahim Ag Alhabib, adornati da splendide armonie vocali e ritmiche (“Aden Osamnat”) e da meditative suggestioni acustiche (“Asuf D Alwa”).

Il plauso fu internazionale: i Tinariwen vinsero anche un Grammy come Miglior album nella categoria “World Music”. Purtroppo, però, il successo artistico non si tradusse in un periodo di serenità dal punto di vista personale per i membri del gruppo. La pace precaria nel Mali si interruppe e un gruppo di ribelli Tuareg provò nuovamente a ottenere l’indipendenza. Fra questi vi era anche il movimento di integralisti islamici Ansar Dine, che si contrappose con ferocia ai Tinariwen, accusati di satanismo per via della loro musica. Tutti i membri della band furono così costretti a fuggire. Per un periodo, “Catastrofe” venne anche imprigionato. Di nuovo per tutti loro l’unica ancora di salvezza fu l’esilio.

Inevitabilmente questo clima di tensione ebbe un’influenza sul sound del loro successivo album del 2014 Emmaar, registrato nel deserto del Mojave in California. Malgrado la solidarietà di alcuni musicisti americani che decisero di collaborare con loro - Josh Klinghoffer dei Red Hot Chili PeppersMatt Sweeney dei Chavez, il rapper Saul Williams e il multistrumentista Fats Kaplin - il tono è più cupo e introspettivo. I Tinariwen si rivolgono con maggior decisione alla loro gente per svegliare le coscienze e indirizzarle verso una rivoluzione non violenta. Non è un caso che il brano d’apertura sia il più robusto e incisivo. Le chitarre si infiammano, ma il messaggio è privo di violenza: "Qualsiasi pace ispirata dalla forza è destinata a fallire", cantano i Tinariwen.
Non mancano episodi all'insegna di un'inaspettato ottimismo (“Emajer”) e guizzi creativi di rara bellezza (“Imdiwanin Ahi Tifhamam”), nonché nuovi eleganti e suggestivi desert-blues (“Arhegh Danagh”) e struggenti poesie dal fascino universale (“Imidiwan Ahi Sigdim”).
È impossibile resistere al vibrare delle corde della travolgente “Koud Edhaz Emin” o alla soavità acustica di “Aghregh Medin (Hassan’s Song)”, e se c’è una vera novità nella musica dei Tinariwen è che mai è stata osservata nella loro discografia una coralità creativa e musicale così coesa e solida come in Emmaar. L’amalgama sonoro delle quattro chitarre, in particolare, si rivela straordinario.

Dopo la pubblicazione dell’album fu organizzato un tour ma con una formazione rimaneggiata; anche il leader della band Ibrahim decise di restare in Africa per seguire l’evolversi della crisi politica insieme alla sua famiglia. Tutti i componenti furono costretti a spostarsi nei paesi confinanti o in Francia. Decisero però di non imbracciare questa volta i fucili, per ribadire i loro aneliti di libertà, bensì le loro chitarre, e di pubblicare un nuovo album fatto di musica  battagliera e ricca d'energia. Elwan è l'album della memoria (in lingua Tamasheq, "Elwan" significa "elefanti"), un progetto discografico sofferto e potente, nel quale alla profondità delle tribolazioni politiche dei testi corrisponde un intenso vigore poetico. Travagliata e complessa, la genesi di Elwan si avvalse di collaborazioni eccellenti: Kurt Vile, Alain Johannes, Mark Lanegan e Matt Sweeney entrarono in punta di piedi nel glorioso collettivo dei Tinariwen, lasciando un lieve segno e uscendone altresì arricchiti e scossi.
Tutto l'album è concepito su canzoni liricamente semplici. Le tonalità sono quasi sempre in chiave minore, con incastri di chitarre elettriche e acustiche che insieme a ritmi complessi e a una moltitudine di voci assemblano un tessuto sonoro corale. Il tipico desert-blues della band si tinge di psichedelia alla Grateful Dead, reminiscenze afro alla Fela Kuti e marcate influenze funky stile James Brown.
Album compatto e solido, Elwan è un puzzle ricco di elementi. Il suono cristallino dell'acustica in "Assàwt", il timbro tagliente dell'elettrica in "Ittus", il mood etno-folk di "Talyat", il potente arab-rock di "Sastanàqqàm" e il loop ritmico di "Hayati" sono tasselli di una delle più eccitanti performance del gruppo.
La musica dei Tinariwen non è mai stata così mesmerica e sinuosa, l'immensità del deserto arabo è quasi palpabile nelle loro canzoni. Come nella splendida "Nànnuflày", una ballad impreziosita dalla voce profonda di Mark Lanegan. La denuncia politica e sociale dei Tinariwen si avvale anche dell'uso di metafore; ancora una volta l'elefante diventa simbolo della lotta per la sopravvivenza nell'intensa e nostalgica "Ténéré Tàqqàl (What Has Become Of The Ténéré)", mentre la musica è battagliera e ricca d'energia, con chitarra e basso che si avviluppano al potente ritmo in loop.

La critica fu unanime nell’acclamare Elwan, che valse al gruppo una nuova candidatura ai Grammy per Miglior album nella categoria “Best World Music” e gli permise di intraprendere una luga tournée internazionale. Al ritorno, ormai costretti a vivere lontano da casa a causa delle continue minacce dei militanti islamisti, i Tinariwen intrapresero un lungo viaggio nel deserto fra Marocco, Sahara Occidentale e Mauritania, collaborando con artisti locali, come il celebre chitarrista mauritano Jeiche Ould Chigaly e la moglie Noura Mint Seymali. In viaggio scrissero delle nuove canzoni, registrate all’aperto con apparecchiature mobili, che costituirono la materia prima di Amadjar, oggetto di successive rielaborazioni effettuate con l’aiuto di Stephen O’Malley, Cass McCombs e Warren Ellis, in grado di aggiungere profondità e spessore a un album liricamente intenso e ispirato.
“Amadjar” è forse uno dei lavori più ruvidi e polverosi della loro lunga carriera, un disco aspro e avvolgente che profuma di terra e sabbia (“Wartilla”), leggermente più malinconico e introspettivo: si ascolti l’intensa preghiera di “Zawal”.
Prevalgono i toni agrodolci, li senti scorrere lentamente nella delicata “Anina”, ne percepisci la poesia negli accordi di violino che ornano la struggente “Tenere Maloulat”, fino a cogliere nuove interessanti sfumature nella trascinante e avventurosa ballata acustica “Takount”. È un album che segna un ritorno alle atmosfere più acustiche di Tassili, con melodie sinuose e fluttuanti che tengono salda una tensione musicalmente austera, primitiva, appena scossa dalla vivacità di “Taqkal Tarha”, che ospita il violino di Micah Nelson (figlio di Willie Nelson) e le suggestioni più rock di “Iklam Dglour”.
Ancora una volta è il rapporto di collaborazione e integrazione con altri musicisti l’elemento che diversifica le composizioni dei Tinariwen: i cori femminili e la chitarra di McCombs in “Kel Tinawen”, il timbro più oscuro della chitarra di O’Malley in “Amalouna”, il tormentato suono del violino di Warren Ellis in “Mhadjar Yassouf Idjan”. Certamente però la vera forza dell’album è quella di saper far interagire alla perfezione tutti i componenti del gruppo fra loro e di proporre ancora una musica in cui resta intatta tutta la loro freschezza compositiva.

Contributi di Claudio Lancia (“Imidiwan”), Gianfranco Marmoro (“Tassili”, "Emmaar", "Elwan", "Amadjar")

Tinariwen

I signori del deserto

di Fabio Ferrara

Un gruppo, una comunità, un popolo. Hanno cominciato a suonare da molto prima che fossero registrati i loro primi album, sono diventati famosi fra la loro gente, i Tuareg, poi in tutto il mondo. Hanno deciso di deporre le armi di guerra e dedicarsi solo alla musica, in uno stile unico e inimitabile

Tinariwen
Discografia
 Ténéré (Mali CS, 1992)

 

 Bamako (Mali CS, 1993) 
 The Radio Tisdas Sessions (Wayward, 2001)

 

 Amassakoul (World Village, 2004) 
 Aman Iman (World Village, 2007)7,5
 Imidiwan: Companions (Independiente, 2009) 7
 Tassili (Anti, 2011)7,5
 Emmaar (Anti, 2014)

7

 Live In Paris (live, Anti, 2015)

 

 Elwan (Anti/Epitaph,2017)

8

 Amadjar (Anti/Epitaph, 2019)

8

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Lulla
(da Imidiwan: Companions, 2009)
Iswegh Attay
(da Tassil, 2011)
Toumast Tincha
(da Emmar, 2014)
Nànuflày 
(da Elwan, 2017) 
Kel Tinawen
(da Amadjar, 2019)
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