James Brown

Live At The Apollo

1963 (King) | rhythm'n'blues, soul

Suonare dal vivo rimane il mio lavoro, e l'Apollo è ancora l'ufficio al quale faccio riferimento
(James Brown, 2005)

Sopravvissuto al clima fuorilegge del famigerato Chitlin Circuit, nell'ottobre del 1962 James Brown veniva scritturato insieme ai suoi Famous Flames per sette date consecutive nel tempio dell'entertainment nero americano, l'Apollo Theater di Harlem. Un passo importante, sia considerando il resto del cartellone, ricco di nomi illustri del panorama blues e rhythm'n'blues come Solomon Burke e Freddie King, sia per la possibilità tutta personale di giocarsi le carte davanti a un pubblico da grandi occasioni, in un contesto dove finalmente la preoccupazione principale non consisteva più nell'arrivare vivo a fine serata.
Il Chitlin Circuit (un insieme di locali nel Sud degli Stati Uniti destinati a ospitare le performance degli artisti neri, e nei quali veniva servito un piatto tipico - i chitlins - a base di intestino di maiale) era stata un'esperienza piuttosto dura. Brown ne aveva tratto un prezioso insegnamento per lui e i suoi ragazzi: se volevano sopravvivere in quelle condizioni infami e discriminanti, dovevano restare sempre impeccabilmente al loro posto, ovvero mangiare nei ristoranti "di colore", usare i bagni "di colore", dormire negli hotel "di colore", e cambiarsi d'abito sul sedile posteriore dell'auto (agli artisti neri non era concesso l'utilizzo dei camerini). Il codice di comportamento non ammetteva deroghe, a meno di voler rischiare una pallottola in fronte alla prima parola di troppo. Ma per un ragazzo del Sud, cresciuto fra campi di cotone, scarpe da lustrare e soldati da adescare per le prostitute del terry - abbreviazione di territory of niggers - della zia Honey (a cui si aggiungono la breve parentesi criminale, conclusasi con tre anni di riformatorio per rapina a mano armata, e la altrettanto breve parentesi sportiva come pugile e giocatore di baseball), tutto questo rientrava nella più trita consuetudine, qualcosa da trasformare poi in indomabile presenza sul palco, al punto da fargli guadagnare uno dei più famosi appellativi della carriera, The Hardest Working Man in Show Business.

A fulminare Brown sulla via della musica all'età di dieci anni era stato Bishop Manuel "Daddy" Grace, predicatore itinerante enormemente popolare tra le comunità nere negli anni Quaranta e Cinquanta. Di lui il piccolo James non aveva mai dimenticato la plasticità scenica fatta di riccioli, unghie luccicanti, mantello e abiti sfarzosi, e la capacità di tenere in pugno i fedeli con rituali gospel a metà tra il parlato e il cantato, i cui crescendo musicali culminavano in un grido liberatorio, espressione terrena di un dolore più spirituale che fisico. Con queste coordinate in mano, Brown aveva attraversato l'intera mappa di conquista delle classifiche rhythm and blues americane, arrivando dritto dritto al numero uno con "Try Me", nel 1958, e insidiando lo status di performer black per eccellenza a sua maestà Little Richard, all'epoca uno dei pochissimi artisti neri ad aver messo piede nelle chart dei bianchi. I suoi show erano diventati leggendari grazie a elementi semplici: la solennità del gospel incorniciata da ritmi spacconi, l'orgoglio del black man che esce vivo dalle difficoltà, l'incapacità di risparmiare una sola goccia di sudore sul palco.
Brown non cercava di ricreare la patina di raffinatezza degli artisti Motown e, soprattutto, non cercava di essere accettato dal mercato; puntava piuttosto a un contatto viscerale con il pubblico. Sapeva che quelli che venivano a vederlo volevano spesso dimenticare una brutta giornata o una brutta settimana, e per loro metteva in piedi uno spettacolo che li ripuliva psicologicamente da tutti i fardelli. Era un restauratore di fede.

La James Brown Revue atterrata all'Apollo comprendeva, oltre al trio vocale dei Famous Flames (Bobby Byrd, Bobby Bennett, Lloyd Stallworth), una quantità di musicisti già di per sé pronta a creare la sensazione di evento speciale, l'unico accompagnamento possibile per colui che aveva nel frattempo guadagnato un altro famoso appellativo, Mr. Dynamite, e che si presentava ora sul palco più importante con la consapevolezza di chi ce l'aveva fatta ma aveva ancora tanto da dimostrare. Per lui, quel teatro rappresentava una sorta di giudice: "Prima di arrivarci, sei in libertà vigilata. Dopo che ti sei esibito, se sei andato bene, vieni rilasciato per buona condotta".
Proprio in virtù di una location tanto prestigiosa, Brown aveva rispolverato un suo chiodo fisso, quello di far vivere l'elettricità dei suoi show anche a chi non vi aveva mai presenziato, sapendo perfettamente che sarebbe stato necessario registrare e pubblicare su disco un'intera serata, più o meno come aveva fatto Ray Charles ad Atlanta qualche anno prima, nell'album "In Person".
Ottenuto un secco "no" dal suo discografico Syd Nathan, che riteneva inutile uscire sul mercato con un live privo di inediti, James aveva infine deciso di finanziare personalmente l'operazione mettendo sul piatto tutto quello che aveva (5700 dollari) e la sera del 24 ottobre era salito sul palco per fare il concerto della vita.

"Live At The Apollo" è ancora oggi la cronaca di un rito liturgico popolare.
I due minuti scarsi che vanno dall'introduzione di Fats Gonder all'attacco di "I'll Go Crazy" mettono subito in chiaro che gran parte del set sarà basato sul dialogo tra Brown e pubblico, con il secondo a illudersi di essere il destinatario principale delle attenzioni e il primo a rivolgersi invece a turno a una donna, a Dio, al mondo o, nel sottotesto di un titolo come "Try Me", all'establishment bianco. Fino a "I Don't Mind" le tracce sono intervallate da veloci instrumental bridge di collegamento, e sprigionano in egual misura l'irruente freschezza di un adolescente alla sua prima cotta, la caparbietà di un performer che vuole prendersi tutte le attenzioni, e l'urgenza di un religioso che fatica a contenere il suo fervore di fronte alla platea. Poi arrivano i dieci minuti di "Lost Someone", e si accende il melodramma: il dialogo diventa supplica, l'esecuzione vocale di Brown si fa a tratti urlo straziante, a tratti preghiera, mentre l'audience sembra rispondere alle richieste di aiuto che declinano gli up and down di un amore perduto.
Quella inscenata da Brown è una spettacolare via crucis, una rappresentazione che (insieme al mantello e alle false uscite di scena) renderà famosi i suoi spettacoli per anni, e simboleggia sia le estreme conseguenze dello struggimento sia il suo contrario, ovvero il ritrovare ogni volta la forza per non desistere dai propri propositi. Un'analogia piuttosto efficace con la storia di un'intera comunità: mai smettere di combattere, pur nella difficoltà.
Giunto all'acme della sua celebrazione, Mr. Dynamite sceglie inaspettatamente di condensare il suo repertorio di hit (tra cui "Please Please Please", "You've Got The Power", "Why Do You Do Me", "Bewildered") in un medley strutturato, che vede strofe di un brano confluire velocemente nel ritornello di un altro e viceversa, e il cui messaggio terapeutico è quello di tornare a stare bene dopo la catarsi di "Lost Someone". Lo show si chiude quindi con l'esortazione a salire a bordo della locomotiva del "Night Train" (uno standard di Jimmy Forest che Brown aveva appena fatto uscire come singolo), perfetta per attraversare l'elenco delle città dove il Nostro è diventato popolare, e riportare tutti a casa.

Tecnicamente, e per scelta del suo stesso ideatore, la versione originale della registrazione finita nei negozi di dischi nel maggio del 1963 non recava alcuna separazione fra le tracce, fattore a prima vista controproducente, ma in realtà determinante per invogliare la trasmissione del disco per intero in alcune radio (servirà poi il recupero fortuito del master originale, ritenuto perso, per pubblicare una nuova edizione con tracklist e materiale bonus, nel 2004). In ogni caso, Brown ci aveva visto giusto: non soltanto il disco avrebbe venduto la cifra record (per un disco di rhythm'n'blues dal vivo) di un milione di copie, restando in classifica per quasi settanta settimane, ma si sarebbe anche rivelato lo spartiacque della sua carriera, confermandogli un ruolo di assoluta importanza nella musica nera americana.
James non aveva ancora messo la firma su classici come "I Got You (I Feel Good)", "It's A Man's Man's Man's World", "Say It Loud, I'm Black And I'm Proud" o "Get Up (I Feel Like Being A) Sex Machine" ma in quello spettacolo nel cuore di Harlem c'erano già tutti gli elementi della sua straordinaria crescita professionale: la perseveranza nel raggiungere gli obiettivi, la conoscenza del music business, l'intuizione a proposito dei gusti del pubblico e, soprattutto, la capacità di gestire i tempi scenici e far vivere come naturale uno show preparato invece nei minimi dettagli.

"Live At The Apollo" è uno dei dischi che sanciscono maggiormente il passaggio dall'epoca del rhythm'n'blues a quella del soul (che Brown trasformerà pionieristicamente in epopea del funk, non prima di aver guadagnato il nuovo appellativo di Godfather Of Soul) e fotografa anche un momento di grandi eventi storici, come la crisi dei missili di Cuba e l'assassinio di Kennedy, uniti all'affermazione di valori interculturali e artistici importantissimi (Dylan aveva appena dato alle stampe "The Freewheelin' Bob Dylan" e i Beatles si stavano preparando a conquistare il pianeta).
Un'opera centrale sia per la portata del messaggio di riscatto del suo autore che per l'intensità di una performance straordinaria, descritta spesso ancora oggi come "il più grande live album di tutti i tempi".

(31/01/2021)

  • Tracklist
  1. Introduction (by Fats Gonder)
  2. I'll Go Crazy
  3. Try Me
  4. Think
  5. I Don't Mind
  6. Lost Someone
  7. Medley: Please, Please, Please/You've Got the Power/I Found Someone/Why Do You Do Me/I Want You So Bad/I Love You, Yes I Do/Strange Things Happen/Bewildered/Please Don't Go
  8. Night Train
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