Tinariwen

Emmaar

2014 (Wedge) | desert-blues

Ancora un volta per i Tinariwen il deserto diventa luogo di elaborazione della loro musica; stavolta si passa da quello algerino a quello del Mojave (California), ma nonostante l’imponenza del Joshua Tree, la struggente malinconia e il tono rivoluzionario della loro proposta non mostrano cedimenti.
L’esilio è il prezzo troppo alto che la band sta ancora pagando per la sua libertà: le devastazioni che feriscono la loro terra sono sempre l’elemento cardine della loro meditazione sonora, ma non c’è nessun segno di rinuncia alla loro identità in “Emmaar”, nonostante la solidarietà e la presenza di alcuni musicisti americani (Josh Klinghoffer dei Red Hot Chili Peppers e, Matt Sweeney dei Chavez, il rapper Saul Williams e il multistrumentista Fats Kaplin).

Il tono più cupo e introspettivo dell’album risente della più intensa e sofferta descrizione della malsana politica, i Tinariwen si rivolgono con maggior decisione alla loro gente per svegliare le coscienze e indirizzarle verso una rivoluzione non violenta. Non è un caso che il brano d’apertura sia il più robusto e incisivo. Le chitarre si infiammano, ma il messaggio è privo di violenza: "qualsiasi pace ispirata dalla forza è destinata a fallire" cantano i Tinariwen, ed è un unico flusso di musica ossessiva e testi rabbiosi quello che si agita in “Emmaar”.
Meno leggiadro di “Tassili”, il sesto capitolo della band di Eyadou Ag Leche e Ibrahim Ag Alhabib appare a tratti più indolente e meno ispirato, ma un ascolto meno fugace e distratto mette in evidenza una complessa e articolata varietà. Ci sono episodi di inaspettato ottimismo (“Emajer”) e guizzi creativi di rara bellezza (“Imdiwanin Ahi Tifhamam”), nonché eleganti e suggestivi desert-blues (“Arhegh Danagh”) e struggenti poesie dal fascino universale (“Imidiwan Ahi Sigdim”).

Senza alcun dubbio la musica dei Tinariwen rischia di perder fascino per chi è assetato di novità e rivoluzioni stilistiche e, in converso, chi ama l’integrità culturale non potrà che gioire della costante bellezza della loro musica. È in realtà impossibile resistere al vibrare delle corde della travolgente “Koud Edhaz Emin” o alla soavità acustica di “Aghregh Medin (Hassan’s Song)”, e se c’è una vera novità nella musica dei Tinariwen è che mai è stata osservata nella loro discografia una coralità creativa e musicale così coesa e solida come in “Emmaar”. L’amalgama sonoro delle quattro chitarre è straordinario, è come sentire un supergruppo formato da Ry Cooder, Santana, Led Zeppelin e Red Hot Chili Peppers.

Quello che continua a diversificare la loro produzione è quella sapiente commistione di tradizione e modernità, che la band continua a fagocitare dalle varie culture che incrocia, senza mai perdere identità e stile, ed è un prodigio che si rinnova ad ogni album.

(15/02/2014)



  • Tracklist
  1. Toumast Tincha
  2. Chaghaybou
  3. Arhegh Danagh
  4. Timadrit In Sahara
  5. Imidiwan Ahi Sigdim
  6. Tahalamot
  7. Sendad Eghlalan
  8. Imdiwanin Ahi Tifhamam
  9. Koud Edhaz Emin
  10. Emajer
  11. Aghregh Medin (Hassan’s song)
  12. Adounia Ti Chidjret (Bonus track)
  13. Islegh Taghram Tifhamam (Bonus track)
  14. Tin Ihlan (Bonus track)


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