Non era un’esortazione poetica, ma una richiesta d’aiuto quella che Angelo De Augustine affidò nel 2023 alla soave melodia di “I Don’t Want To Live, I Don’t Want To Die”. Era comunque percepibile in tutto l’album “Toil And Trouble” un urgente bisogno di fuggire dalla follia quotidiana prima di trovarsi al cospetto della realtà. Quel che non immaginavamo era la possibilità che quel disco potesse forse rappresentare l’ultimo capitolo del musicista americano, eventualità per fortuna scongiurata.
Ricoverato d’urgenza e obbligato a un lungo calvario di sofferenze e di mancanze di risposte, Angelo De Augustine ha trascorso gli ultimi quattro anni convivendo con una malattia debilitante, costretto a un lento recupero delle funzioni fisiche basilari, prima di poter riprendere la propria carriera. Il nuovo disco del musicista americano è un doppio miracolo: la prima buona notizia è che Angelo De Augustine è sulla strada giusta per la guarigione, ma “Angel In Plaincothes” è anche un album che va oltre le premesse, un coraggioso e raffinato album folk dal tono introspettivo ma mai auto-indulgente, un concreto viaggio sentimentale di chi ha riscoperto l’essenza della vita dopo aver sfiorato il tocco gelido della morte.
Gli arrangiamenti degli archi di Oliver Hill, il timbro oscuro del piano di Thomas Bartlett, la carezza del suono dell’arpa di Leng Bian e la breve comparsa di Jonathan Wilson alla batteria in “The Cure” sono importanti accessori di un progetto che De Augustine ha registrato tra le mura di casa quasi in completa autonomia, prima di pubblicarlo per l’etichetta del buon vecchio amico Sufjan Stevens, la Asthmatic Kitty.
E’ un disco terapeutico, “Angel In Plaincothes”, non solo per l’autore ma anche per chi si ritrova sintonizzato con l’eterea e poetica bellezza di canzoni che spiritualmente evocano Nick Drake, Elliott Smith e Paul Simon. Non solo il nuovo album di Angelo De Augustine è senza dubbio il suo vertice assoluto, ma una canzone come “The Cure“, un concentrato di grazia e poesia che ha il piglio del classico evergreen, potrebbe regalargli una visibilità notevole e compensare il mancato momento di gloria, dopo il successo del brano “Time” incluso nella colonna sonora del film “A Good Person”.
“Angel In Plaincothes” è la definitiva consacrazione di un talento in parte sottovalutato prima del sodalizio con l’amico Sufjan. Lo straniante acid-folk ingentilito da un romantico refrain di “Mirror Mirror”, l’angelico sussurro per arpa e voce di “The Universe Was Our Mother”, il fingerpicking della nostalgica e acerba “Pictures On My Wall” e il riuscitissimo connubio di arpeggi di chitarra e del vellutato suono del violino di “Empty Shell” sono frutto di una costante attenzione sia in fase di scrittura che di arrangiamenti, mai così essenziali e nello stesso tempo solenni.
E‘ una rinascita umana e creativa, quella di Angelo De Augustine. Un viaggio nella ritrovata speranza: “Ho aspettato la fine dell’inverno e il tempo in cui la primavera tornerà” (“Spirit Of The Unknown”), a tratti fragile – “Le madri piangono fino ad addormentarsi per il bambino che è in te, il bambino che è in me” (“Cosmic Ride”), e che si affida infine alla semplicità e alla fantasia per donare un sorriso: “Ora fumi la tua roba e cerchi il tuo alcol, sperando nel silenzio, placando la loro violenza, cercando la verità” (“Goodbye Bye Blue”).
26/05/2026