Tinariwen

Amadjar

2019 (Wedge) | desert-blues, afro

Ho spesso la sensazione che molti lettori giudichino eccessivamente reverenziale il tono dei commenti che accompagna ogni pubblicazione dei Tinariwen, come se il rispetto per la loro situazione di esiliati e ribelli tuareg pregiudicasse la valutazione del loro operato artistico. È sicuramente difficile riuscire a convincere gli scettici, ma è ancora più difficile ignorare l’integrità artistica e culturale di una formazione che, nonostante il fermento della scena musicale nomade sahariana, conserva uno status creativo che non ha eguali. Sulla natura politica e sociale della band sono già stati spesi fiumi di parole: riesporne le vicende storiche è a questo punto un cappello superfluo, che nulla aggiunge e nulla toglie al valore di “Amadjar”.
Registrato in sole due settimane, il nuovo album dei Tinariwen segna un ritorno nell’Africa occidentale, un ritorno che è legato al recupero della valenza spirituale e umana della natura. A suggellare questa scelta è stata anche la collaborazione con il celebre chitarrista Mauritano Jeiche Ould Chigaly (recentemente coinvolto nel progetto 75 Dollar Bill) e con la moglie Noura Mint Seymali. Ed è proprio in Mauritania, all’ombra di una grande tenda, che è nata la materia prima di “Amadjar”, oggetto di successive rielaborazioni effettuate con l’aiuto di Stephen O’Malley, Cass McCombs e Warren Ellis, che hanno aggiunto profondità e spessore a un album liricamente intenso e ispirato.

Quando si parla dei Tinariwen, il primo cifrario stilistico è quello del desert blues, una definizione che in questa occasione calza in maniera ancor più decisa.
Il nuovo album della band è forse uno dei più ruvidi e polverosi della loro pur lunga carriera, un disco aspro e avvolgente che profuma di terra e sabbia (“Wartilla”), leggermente più malinconico e introspettivo: si ascolti l’intensa preghiera di “Zawal”.
Prevalgono toni agrodolci in “Amadjar”, li senti scorrere lentamente nella delicata “Anina”, ne percepisci la poesia negli accordi di violino che ornano la struggente “Tenere Maloulat”, fino a cogliere nuove interessanti sfumature nella trascinante e avventurosa ballata acustica “Takount”.
 
È un album che segna un ritorno alle atmosfere più acustiche di “Tassili”, con melodie sinuose e fluttuanti che tengono salda una tensione musicalmente austera, primitiva, appena scossa dalla vivacità di “Taqkal Tarha”, che ospita il violino di Micah Nelson (figlio di Willie Nelson) e le suggestioni più rock di “Iklam Dglour”.
Ancora una volta è il rapporto di collaborazione e integrazione con altri musicisti l’elemento che diversifica le composizioni dei Tinariwen: i cori femminili e la chitarra di McCombs in “Kel Tinawen”, il timbro più oscuro della chitarra di O’Malley in “Amalouna”, il tormentato suono del violino di Ellis in “Mhadjar Yassouf Idjan”.

Per una band che è stata fonte d’ispirazione per musicisti come Robert Plant o Brian Eno, e che è riuscita nel difficile compito di aprire alla contemporaneità una cultura millenaria e radicata, ”Amadjar” rappresenta un’ulteriore conquista culturale e artistica.
Non è altresì un caso che il nono album abbia come titolo una parola che nella nostra lingua significa "il visitatore sconosciuto", metafora del sentirsi straniero in terra straniera, una sensazione ormai endemica per la formazione originaria del Mali, una realtà che questo nuovo progetto abbraccia fino in fondo con sonorità che profumano più che mai di solitudine e polvere.

(30/09/2019)



  • Tracklist
  1. Tenere Maloulat
  2. Zawal
  3. Amalouna
  4. Taqkal Tarha
  5. Anina
  6. Madjam Mahikamen
  7. Takount
  8. Iklam Dglour
  9. Kel Tinawen
  10. Itous Ohar
  11. Mhadjar Yassouf Idjan
  12. Wartilla
  13. Lalla






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