Non capita spesso di ascoltare canzoni con melodie accattivanti, produzione curatissima e soluzioni strumentali stravaganti, tutte insieme, una dopo l’altra, nello stesso album. Quando accade, la prima cosa che mi viene in mente in automatico è: “Se questo disco fosse stato pubblicato trenta o quarant’anni fa, sarebbe potuto diventare un classico”. Questo è quello che ho pensato anche ascoltando l’album d’esordio dei Messiness, band milanese già attiva dal 2024, creatura di Massimiliano Raffa, poliedrico musicista e professore di Sociologia dell’Università di Milano-Bicocca.
Accantonato il progetto Johann Sebastian Punk, Raffa fa esplodere la sua creatività (seppur controllata, come vedremo) insieme a Filippo La Marca (tastiere), Rosario Lo Monaco (chitarra), Giovanni Calella (basso) e Luca Anello (batteria). Ne viene fuori un caleidoscopio scoppiettante di influenze che evidenziano una cultura musicale notevole, messa al servizio di un progetto che mantiene sempre un invidiabile equilibrio tra decenni differenti, esplorando psichedelia tra Beatles e Byrds, britpop, progressive, hip-hop e persino Canterbury (il tutto avvantaggiato dal canto in inglese di Raffa che non mostra il troppo spesso fastidioso accento italiano).
In particolare, “Messiness” rappresenta la rivincita del formato canzone, di quelli che alla canzone credono ancora fermamente, che non la considerano un oggetto di antiquariato e che sono ancora in grado di scriverla con melodie che rimangono in mente al primo ascolto e, allo stesso tempo, curano ogni dettaglio in modo maniacale (quasi tutti i brani non superano i tre minuti). Un grande calderone multiforme che potrebbe essere sintetizzato in psych-pop.
Emblematica potrebbe essere “Fatally”, con una melodia britpop triste e maledettamente nostalgica – probabilmente figlia del sound degli Strokes – che avrebbe tutto per diventare una hit in un’altra era geologica, o almeno in un contesto discografico meno frammentato. Il riff rock-funkeggiante con canto hip-hop di “Feature With A Rapper” apre con leggerezza e divertimento, ma le citazioni diventano via via più elaborate: dai tempi dispari ispirati ai Caravan di “Eternity Unbound” (credo con un’intrusione, a mo’ di collage, della melodia di “Light My Fire”), con fuga finale canterburiana, ai loop psichedelici di “Optimised” e all’assolo di chitarra lisergico a concludere, che suona, insieme a “Doctoral Get-Together”, come strappato ai dischi migliori dei Tame Impala. È probabilmente un theremin ad aprire “Anaesthetised”, altro brano curatissimo, così come “Cómo Baja, Cómo Sube”, una cornucopia di citazioni.
I cinque minuti finali di “By The Sea” suonano come pop per fantasmi, un ricordo lontano di una musica che non c’è più ma che tuttavia aleggia ovunque, come una melodia anni 50 suonata al “Bang Bang Bar” di “Twin Peaks” tra notti passate a bere per dimenticare, avvolti nel fumo di troppe sigarette.
29/05/2026