Viviamo in tempi di perpetuo revival, dicono gli esperti: Internet altro non è che una miniera dalla quale poter attingere alla musica del passato col solo scopo di ricucinarla per il palato contemporaneo. Classico caso di giudizio severo ma giusto? Sì, per lo meno a grandi linee. Innegabile, infatti, osservare questi rifrulli di stile con una punta di disincanto, che siano i continui ritorni di fiamma della disco o quegli anni Ottanta che sembrano davvero non finire mai. Proseguendo in ordine cronologico, eccoci adesso a guardare all’elettronica dei tardi anni Novanta e alle divagazioni garage e r&b dei primi Duemila, per bocca di tutta una serie di artisti spesso davvero troppo giovani per ricordarli con cognizione di causa.
Ma è altresì vero che, nelle retrovie dei grossi macchinari discografici, esistono personaggi interessanti, dotati del giusto carisma per farsi notare con una proposta certo indebitata verso il passato ma al contempo capace di andare oltre la mera imitazione. Meno laboriosa di PinkPantheress, meno raffinata di Erika De Casier, meno esagitata di Shygirl o Alewya, eppure già in possesso di un buon vocabolario personale: George Riley, nativa di Londra ovest con origini culturali sia giamaicane che ebraiche, s’è posizionata sulla mappa lungo il corso del 2022 col fare di una nuova promessa assolutamente da seguire.
Il segreto della riuscita del suo mini-album “Running In Waves” è semplice: buone canzoni dal piglio confessionale, eccellente produzione sonora, e una presenza vocale vellutatamente soulful ma dal pungente sotterfugio giovanile, di quelle sempre pronte a vestirsi alle due di notte per uscire dalla finestra e andare a un rave. Ma fa specie un altro inedito ingrediente: l’impiego di morbidissimi pattern elettronici e striature di archi sintetici, che donano all’ascolto un obliquo piglio cameristico. Vedasi l’apertura di “Sacrifice”, che odora quasi di ambient, o la doppietta “Delusion” e “Honesty”: qui George appare velatamente addolorata, ora delusa, fornendo una vena elettro-cantautoriale sulla scia di Kelela ad altezza “Take Me Apart”. E se su “Jealousy” si possono individuare vaghe istanze di un’indolenza trap, i curatissimi beat impiegati su “Acceptance” e la title track sembrano sollevati di peso dal “Vespertine” di Bjork. Sicuramente molto riuscito anche il singolo “Time”, che entra in contropiede con ruggente tensione chitarristica sopra breakbeat e sfrigolanti intersezioni di hi-hat.
Il finale viene riservato al momento più breve ma suggestivo del lotto: “Desire”, una dolce preghiera la cui melodia potrebbe essere una vecchia ballata r&b di Mariah Carey, ma una volta velocizzata sopra uno svelto ritmo digitale, George ne asciuga con attenzione ogni traccia di saccarosio, creando un bozzetto quietamente malinconico. Ed è quanto basta per annoverare anche “Running In Waves” tra i prodotti più interessanti e meglio riusciti di questa nuova ondata di pop elettronico che suona tanto nostalgico e spesso solo lievemente danzereccio.
I puristi del beat, gli adolescenti del Millennio e tutti quelli che ricordano i jeans a vita bassa di Paris Hilton e Nicole Richie potranno trovare l’ascolto troppo calmo e sedato rispetto alla rauca e movimentata vita notturna che si faceva ai tempi. In questo, “Running In Waves” parla sicuramente la lingua della generazione social ed è più in sintonia con lo streaming che non con la discoteca. Eppure, con poco più di venti minuti di musica, George sa intrattenere l’ascoltatore con un ingrediente che, quando ben dosato, non viene mai a noia: la classe.