L'arte insegue il mercato, ma non vede la strada
Io cerco le regole e dei modi per infrangerle
William "Nayt" Mezzanotte, classe 1994, ha già fatto molta strada: sei album, con l'ambizioso esperimento "doppio" di "Mood" e "Doom" che ha chiarito, tra 2020 e 2021, quanto potenziale ci fosse. La narrazione dei suoi brani passa dal rabbioso al malinconico. La trap, stile dominante negli anni della gavetta, è solo uno degli spunti e dei linguaggi utilizzati, con la costante di una tecnica affilata che porta spesso verso ritorni di fiamma hardcore, introspezioni emo e riflessioni conscious.
“Habitat” non ha la forma ambiziosa che ci si potrebbe aspettare a questo punto della carriera, con i suoi 35 minuti scarsi in totale, ma compensa con la densità la sua lunghezza contenuta. Nessun ospite al microfono, così che il rapper possa scandagliare le storture della società, e del music business in particolare, in una dozzina di canzoni e un interludio.
Se la title track, aperta da un pianoforte dimesso, introduce all’umore pensoso dell’album, distinguendosi per il flow dinamico e veloce unito a un delivery sofferto, “Guerra dentro” è il primo affondo in termini di profondità dei testi: una riflessione emotiva su sé stessi e sulla musica contemporanea (“L'habitat della musica ha dinamiche impostate/ Il mercato musicale non è che offra varie strade”), ma con una stoccata all’ambientalismo incoerente del tardo capitalismo (“Su un pianeta di sconfitti ridono quattro vincenti/ Poi sei te con quattro spicci a fare i danni all'ambiente”).
La scaletta spazia in termini di stile, molleggiando nel funk-blues di “Cazzi miei” e incattivendosi nella più aggressiva “Tutto normale”, tribale e pomposa fin quando non si scioglie in una coda psichedelica, senza rinunciare a qualche riflessione sulla società e la politica (“Al Ministero dell'Istruzione si aggiunge pure il merito/ Che la vita non sa di niente senza competizione”); “Se ne va” tenta un cantautorato folk per chitarra acustica e riflessi psichedelici, ambizioso ma forse ancora acerbo, e “No more drama” attinge addirittura alla fusion, una versione furiosa degli ultimi Studio Murena che ricorda l’impeto di Kendrick Lamar.
Sul fronte più sentimentale, più che la soffusa “Cosa conta davvero” e il soul-pop-rap di “Romantico finale”, entrambe a rischio banalità, si ricorda “Un’idea”, per la sua struttura da flusso di coscienza e il beat senza batteria.
“Habitat” è un album pieno di riflessioni, come ben chiarisce “Solo domande”, che fotografa un rapper diverso dalla maggioranza dei suoi colleghi: pensoso, dubbioso, disinteressato all’ultimo trend e impegnato in una ricerca che sembra, prima di tutto, privata e personale. Le produzioni di 3D (a cui si aggiunge un contributo di Orang3) accompagnano i brani spiccando raramente per originalità e creatività, indebolendo il risultato finale.
Pur con meno intensità che nel caso dello pseudo-doppio “Mood”/”Doom”, si ha l’impressione che “Habitat” sia da intendere come un capitolo, forse conclusivo, di un processo introspettivo in tre atti. Come album preso a sé, si ricorda soprattutto per alcuni passaggi dei testi e per la continua ricerca di un linguaggio personale, pur se perpetrata con qualche ingenuità.