Se il passato fosse un luogo, accettereste di restare a viverci? “Horrible Occurences”, il nuovo capitolo dell’avventura di Owen Ashworth a nome Advance Base, si svolge tutto nella città immaginaria di Richmond, che come si capisce già dal titolo non è un posto dove succedono cose esattamente piacevoli… Perché Richmond è la materializzazione della nostra memoria, e si sa che nella memoria ci sono parecchi angoli da cui vorremmo poter scappare.
Sono passati sei anni – e una pandemia – dal precedente “Animal Companionship” (uno dei lavori più compiuti dell’ex-Casiotone For The Painfully Alone). Il suo scantinato è sempre lì ad aspettarci, con i riflessi di madreperla delle tastiere e la pulsazione cardiaca della drum machine. Le storie delle canzoni di “Horrible Occurences” si intrecciano l’una con l’altra seguendo una trama quasi invisibile, come in una raccolta di racconti di Raymond Carver (o ancora meglio di Shirley Jackson, con quel senso di minaccia sempre incombente). E la voce baritonale di Ashworth si sposta più al centro della scena, alla maniera di un narratore notturno che sembra un parente stretto dello Springsteen di “Nebraska”.
C’è un killer per le strade, dice la tv. Fuori fa caldo e dalle finestre aperte ogni rumore è una stretta alla gola. Inizia con un tono da true crime, “The Year I Lived In Richmond”, accarezzata dal piano elettrico. Ma quello di cui parla è soprattutto la possibilità di riuscire a vincere la paura della solitudine. È l’introduzione perfetta per il tour guidato di Ashworth attraverso le strade di Richmond e le vite dei loro abitanti: “Mi immagino una città con un sacco di muri in mattoni, un sacco di ruggine, un sacco di palazzi abbandonati”, spiega il songwriter americano. “Le fabbriche deserte, la gloria sbiadita, ma anche nuove industrie e nuove costruzioni – la cancellazione della storia di un luogo che comincia a sembrare uguale a qualunque altro”.
L’intensità emotiva, in “Horrible Occurences”, si fa più densa che mai: basta pensare a come i riverberi di synth alla Grandaddy e il beat rotondo di “Brian’s Golden Hour” danno corpo all’angoscia di un tragico incidente, al destino di un quindicenne che si scopre condannato alla sedia a rotelle. Anche quando la vita sembra sul punto di aggiustarsi, come per la coppia di “Big Chris Electric”, c’è sempre una svolta imprevista dietro l’angolo, pronta a rovinare tutto. Il segreto di Ashworth, però, è la compassione verso i suoi personaggi, l’empatia che riesce a trasmettere persino nel caso del padre di “The Tooth Fairy”, disposto a lasciare la figlia da sola nel cuore della notte pur di andare a fare visita a un liquor store.
Il minimalismo della veste dei brani (con lo sguardo rivolto all’introversione dell’Arthur Russell di “World Of Echo”) è figlio dell’esperienza fatta sul palco da Ashworth negli ultimi anni, in giro per tanti scampoli di America sempre più simili alla città dolente di “Horrible Occurences”. “Le mie canzoni partono sempre da uno spunto cullante e meditativo”, confessa. “Una progressione di accordi, una melodia o un drone che mi suscitano una sorta di reazione emotiva”. Anche la scrittura, del resto, punta all’essenziale, con una narrazione secca e stringata.
A Richmond può capitare che qualcuno esca per fare un giro al vecchio faro e sparisca per sempre, come sulla trama sgranata di battiti e tastiere di “Little Sable Point Lighthouse”. E può capitare che qualcun altro, costeggiando il lago tra i vapori di synth di “Andrew & Meagan”, veda l’ombra di uno spettro proprio vicino al faro, come un oscuro presagio.
L’unica via di scampo è non lasciarsi imprigionare dalla città della memoria: solo allora è possibile arrivare riconciliarsi con il passato. Strappare dal muro la vecchia Polaroid di quando ti avevano beccato a rubare al supermercato (“How You Got Your Picture On The Wall”), tornare a casa da quelli che non se ne sono mai andati (“Richmond”): “I drove back to Richmond/ To see you again/ To learn more about all”, mormora Ashworth al passo di un valzer pacificato. C’è un volto familiare alla finestra: è il momento di provare a guardarlo dritto negli occhi.