Nonostante si trovino costantemente a un passo dal diventare una band di più ampia popolarità, i Gilla Band sembrano volerla evitare, non mollando di un solo centimetro l’intenzione di produrre dischi “disturbanti”. L’ascolto di qualsiasi loro progetto è destinato a mettere a dura prova l’ascoltatore, e anche “Pugnello” non perde occasione per creare una situazione di effettivo disagio, sia fisico che emotivo. Ascolti i loro strumenti, li percepisci, li riconosci, ma gradualmente si trasformano in un fitto groviglio industrial-noise difficilmente decodificabile, e anche oggettivamente non replicabile da chi volesse rubacchiare loro qualche piccolo segreto. Questa volta pare che il merito sia da attribuire (oltre al lavoro svolto dal bassista Daniel Fox, producer sempre più ricercato) a un synth di ultima generazione, il Perkons-HD-01, in grado di processare il suono e renderlo personale. Con un paio di migliaia di euro potete assicurarvi il simpatico oggetto.
“The Angelus”, posta a inizio tracklist, si presenta subito come una specie di dissonante apocalisse nucleare, durante la quale i tre musicisti (oltre a Fox ci sono il chitarrista Alan Duggan Borges e il batterista Adam Faulknern) creano una selvaggia palla di suono. “Crisp Pop” è un altro esempio calzante di muraglia impenetrabile, una traccia che suona come lo sferragliamento di un treno in corsa, una ritmica in fin dei conti ballabile, che intende però trascinarci non tanto dentro una discoteca, quanto in visita all’interno di un’industria siderurgica, configurando quasi otto minuti di torture soniche. Dovendo trovare un termine di paragone, i Gilla Band potrebbero essere considerati i My Bloody Valentine del nuovo millennio, per la ferma volontà di trasformare i suoni dei propri strumenti in qualcosa di assolutamente anticonvenzionale.
Trasferendoci all’analisi dei testi, Dara Kiely – il cantante del gruppo – torna a cogliere spunti dai propri problemi di salute mentale, alternando sprezzante declamato a urla disumane. Ma in “Pugnello” viene introdotto un secondo tema conduttore: l’elaborazione di un lutto che ha colpito proprio Kiely: la scomparsa del padre, col quale aveva da sempre un rapporto complesso e frammentario. In queste canzoni Kiely incanala tutta la rabbia, le frustrazioni, le difficoltà nel processare il dolore, fino a riconoscere la propria insensibilità, pur davanti a un malessere così grande, nel liberatorio e consapevole grido “I should be more sad”. Il lutto emerge anche nella conclusiva “At The Gallop”, conversazione immaginaria tra lui e il padre defunto. Il titolo del brano è identico a quello dell’album pubblicato nel 1975 della band progressive rock nella quale suonava il padre Michael, i Cromwell, scelta che rende il messaggio ancor più incisivo.
Argomenti tanto “pesanti” vengono costantemente stemperati per mezzo di una scrittura ironica, basata su giochi di parole, nonsense, battute stravaganti, inaspettati riferimenti alla cultura pop, a tratti non udibili: non di rado le parole risultano sommerse dal suono prodotto dalla band. Tutto innestato in uno stream of consciousness incontrollato, scaturito dagli incubi stessi del frontman. In “Crisp Pop” Kiely associa le band britpop a gusti di patatine, altrove parla di Power Rangers, Diet Coke, Teletubbies, Bananas in Pyjamas e Coldplay, così, miscelando disperazione e sarcasmo. “Placeholder” si presenta come una forma di funky ultra rumoroso, l’energica “Jacobson” è techno violenta suonata con strumenti tradizionali, una forma di kraut futuristico, una “Spiders (Kidsmoke)” dei Wilco portata all’estrema esasperazione. Le dieci tracce sono tormentate, brutali, inquietanti, impregnate di un costante senso di disorientamento, un anti-pop respingente che a tratti diviene incalzante dance music, come avviene in maniera esemplare durante lo svolgimento di “Giraffe”, che muta direzione all’improvviso, grazie a un abile cambio di tempo che trasmuta la situazione in un vero e proprio rave party.
Si tratta dei pochi momenti liberatori fra tonnellate di tensione ai limiti dell’insostenibile. Si potrebbe considerare “Pugnello” una forma di dadaismo post-moderno, incentrato sui traumi più intimi, un progetto radicale perfettamente in linea con quanto inciso finora dalla formazione irlandese. In “Alogia”, un termine clinico che indica la povertà di linguaggio che colpisce le persone affette da disturbi mentali, Kiely affronta direttamente la diagnosi di schizofrenia con sconcertante lucidità, nel caotico e angosciante frastuono di “The Megazord”, fra gli stridii atonali di “Computer Sadness”, nel ticchettio esasperante di “Three Hands Clapping”, sembra di trovarsi al cospetto di un segnale sonoro difettoso. La band si muove sempre all’unisono, come una palla di cannone sparata contro un muro di pietra, una bomba che contiene vertigine, angoscia, ostilità, nausea, rappresentata attraverso stratificazioni sonore che generano il caos, sfumando qualsiasi ragionevole confine tra post-punk, industrial-noise, no-wave e techno music.
Nei quattro anni che sono trascorsi dall’uscita del precedente “Most Normal“, ogni membro dei Gilla Band si è dedicato ad altre attività artistiche: Kiely ha coltivato la passione per la pittura, Faulkner ha suonato la batteria per i connazionali Lankum, Fox si è specializzato nel settore della produzione, Borges ha lanciato il progetto solista Null Club. Ma è soltanto nel momento in cui tutti e quattro si ritrovano insieme che riescono a spostare in alto l’asticella di cosa è possibile realizzare oggi con una chitarra, un basso, una batteria, un bel parco effetti e una voce tanto sincera ed efficace. Fin quando tutto questo si trasforma in qualcosa d’altro, fra muri di distorsioni e tonalità alterate. I Gilla Band, a oltre un decennio dal proprio esordio, restano l’esempio più singolare di tutto ciò che è accaduto intorno al circuito del nuovo post-punk negli ultimi quindici anni.
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01/10/2026