Lo spazio è un sedimento; una stratificazione storica e sentimentale. Passarci attraverso è abbracciare la vertigine del tempo e intendere le sue risonanze come l’eco sommerso delle moltitudini. Questo concetto è alla base del libro di W. G. Sebald “Gli anelli di Saturno” dal quale l’ultimo lavoro di Maria W. Horn prende ispirazione. Una capacità di concepire gli ambienti che l’artista svedese mostra di condividere in ogni sua opera.
Paradigmatico il precedente “Panoptikon“, la cui installazione, nella prigione a sorveglianza perpetua di Lulea, ha rievocato il canto solidale dei detenuti. O “Kontrapoetik” che attraverso una musica da rito sabbatico ha indagato gli atti atroci dell’inquisizione. Come nel romanzo di Sebald, il luogo è allora una madeleine che innesca una riflessione esistenziale sulla caducità dell’epopea umana intesa come insieme di ascese destinate alla rovina e all’oblio. Ne deriva un lavoro compositivo a metà fra l’archeologia e la seance, nel quale il condensamento di voci e strumenti analogici e elettronici, passato dalla manipolazione digitale, incarna al contempo un’elegia allo scomparso e la partecipazione claustrofobica agli assordanti meccanismi della Storia.
L’apertura “Scythe of Saturn” è un tappeto gotico inquietante che accompagna il recitato vampiresco di Michael Gira. Il brano estratto da “I Giardini di Ciro”, opera secentesca di Thomas Browne, rielaborato da Sebald, è un tenebroso “dei sepolcri” esoterico, che tra solide chitarre alla Sunn O))) dispiega il velo nero di una notte perpetua. Dall’orrore si passa al cordoglio con l’ingresso dello sho, l’organo a bocca orientale con il suo corpo di canne lunghe appuntite simile a una elevazione di pinnacoli e cuspidi. Così per “Melting Pillar of Snow”, costruito sulle vibrazioni degli ottoni e sulle risonanze del comparto percussivo di Magdalena Meitzner. La voce distorta e degradata della stessa Horn mima le alterne bizzose velocità del tempo e canta la fragilità della memoria, destinata a cedere la propria forma come neve al cambio di stagione.
La lenta progressione armonica dello sho conferisce all’intera opera un’aura sacra e pagana al medesimo tempo, spingendo a uno scivolamento verso il metafisico solo per sorprenderlo cupo, mostruoso, incommensurabile. La pace ectoplasmica di “The Grand Oak/ Tidens Tro”, trova nell’ascesa di chitarre e campionamenti un brusio elettroacustico assordante capace di coprire e inglobare la rassegnata ripetitività dell’organo. Come nella seguente “Overshadowed by Mortality”, dove il recitato si aggira in un flebile notturno di risonanze, feedback e battimenti. Il successivo lungo sostenuto dello sho è poi un salmo la cui monotonia ne disgrega la grammatica annichilendone ogni intenzione di senso.
“A pond become a lake, a breeze become a storm, a handful of dust is a desert, a grain of sulfur in the blood is a volcanic inferno.”
Nella conclusiva “A Handful of Dust” la voce della Horn, in una sovrapposizione di riflessi, ripete versi definitivi e mistici sugli eoni del tempo. Il silenzio spettrale schiude l’arpeggio dolce e meditabondo delle chitarre di Mats Erlandsson, che eccita la superficie di un denso tappeto elettronico fino a un crescendo maestoso e lucente. È un’alba naturale indifferente che sorge su una Terra pacificata, liberata da ogni dolore umano, dimentica di ogni passione.
Inevitabilmente tragica, l’ultima opera di Maria W. Horn ha una luce di sinistra invernale bellezza. La disposizione degli elementi crea una sepolcrale armonia di rovine nella quale l’artista svedese si aggira come l’upupa letteraria, ambiguamente simbolo primaverile di rinascita alla ricerca di un nido fra i teschi.
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21/10/2026