Sbocciati a Rotterdam durante i mesi di restrizione causati dalla pandemia, i Tramhaus incarnano in maniera perfetta l’energia ruvida, frenetica e comunitaria della nuova vivace scena olandese. La nascita della band è indissolubilmente legata all’ecosistema di Rotterdam, città portuale, industriale, dall’architettura moderna e angolare, storicamente contrapposta alla più patinata e turistica Amsterdam. Formata da Lukas Jansen (voce), Nadya van Osnabrugge (chitarra), Micha Zaat (chitarra), Julia Vroegh (basso) e Jim Luijten (batteria), la formazione è il risultato dall’unione di musicisti già attivi nell’underground locale. Il nome stesso e l’estetica adottata richiamano la mobilità urbana, il cemento, la dinamica grezza dei trasporti cittadini.
Il suono dei Tramhaus è esplosivo, fisico e fortemente ritmico, costruito su pattern ripetitivi, quasi ipnotici, influenzati dal krautrock ma spinti a velocità punk. Le chitarre lavorano per contrasto, evitando i riff classici: mentre una mantiene la tensione, l’altra si muove tra feedback, linee taglienti influenzate dal noise e dall’art-punk, stilisticamente affini al lavoro svolto da gruppi come i Sonic Youth. La voce di Lukas Jansen costituisce uno degli elementi di rottura più evidenti, oscillando tra un recitato frenetico, grida liberatorie e movimenti corporei maniacali, trasformando i testi (spesso legati alla routine quotidiana, all’ansia che caratterizza i nostri giorni e all’assurdità delle relazioni umane) in un’esperienza radicale.
A due anni di distanza dal primo album, “The First Exit”, e a quattro dai primissimi singoli (da recuperare almeno l’instant classic “Make It Happen”), “Blister” rappresenta una piacevole conferma, definendo ulteriormente lo stile espressivo del gruppo, bilanciando linee di chitarra grezze, incalzanti e talvolta spigolose o dissonanti con groove melodici e sorprendentemente orecchiabili. Distanziandosi dai cliché del punk “arrabbiato”, i Tramhaus infondono nella loro musica una componente emotiva profonda e vulnerabile, esplorando temi che vanno dall’identità personale (come il coming out di Jansen) a riflessioni sociali più ampie. Alienazione, paranoia, dinamiche sociali, tensione tra intimità personale e caos esterno sono altri temi trattati nelle loro canzoni.
Anticipato dalla diffusione dell’imperiosa “Plovdiv”, “Blister” consolida la fama del quintetto per mezzo di undici tracce dirette (“The Answer?” e la bruciante “Rat Race” sono gli episodi più appuntiti dell’album) che non rinunciano mai alla giusta dose di melodia (“Solace”). “Overachiever, Big Believer” sembra figlia di uno dei momenti più delicati dei Deftones, “Lap Dog” ha scariche adrenaliniche post-hardcore fra le pieghe di un incedere apparentemente delicato, “I Was Never Alone” è un rock’n’roll tirato e malatissimo arricchito da inserti noise, “Cluster” un pezzone che lascia presagire imprevedibili sviluppi futuri. Attraverso l’opera di band come i Tramhaus, l’Olanda reclama il proprio spazio all’interno della mappa europea del nuovo post-punk. E la formazione di Rotterdam si candida a un ruolo di primissimo piano. Siamo pronti a scommettere su di loro.
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14/10/2026