Gli Zelienople sono di Chigago e, dopo la solita gavetta a base di
cd-r e vinili, guadagnano finalmente un po' di fama (si fa per dire) con quello che è il sesto disco della loro carriera. Lavoro trasognato, impalpabile, figlio tanto del
free-folk dei
Charalambides che della musica psichedelica
floydiana, "His/Hers" suona alieno, fuori dal tempo, quasi alle prese con un mondo tutto suo, fatto di immagini e suoni fragili e sofferti. L'arpeggio isolato, sospeso nel vuoto, le distanze per forza di cose spirituali, il canto svogliato fanno di "Family Beast" un microcosmo perfetto di folk acido e dilatato, con i suoi toni smorzati, le sue sfumature sacrali.
La dimensione allargata del suono è, giocoforza, carattere essenziale per permettere il dispiegarsi di sensazioni espanse. Il golfo dei sentimenti accoglie battelli ebbri e inquieti, la voce un delicatissimo bisbiglio ultraterreno. Ma c'è da fare i conti con l'imbuto del caos, con il glorioso, infernale tripudio di
feedback, distorsioni e percussività liberatoria che devasta questo affresco etereo e immacolato ("Moss Man"). Sapevo che, prima o poi, si sarebbe sfociati nel delirio. Dopotutto, questa roba è pur sempre figlia di quel capolavoro che risponde al nome di "Market Square"... Si sale vertiginosamente solo per avere, poco dopo, il brivido del precipizio.
Un carattere relativamente più cantautorale la possiede, invece, "Parts Are Lost”, anche se dopo essere stata cullata da un carillon circolare di chitarra intraprende la strada del non-ritorno, alla ricerca di una rivelazione che passa attraverso peregrinazioni sterminate, stridori dissonanti e voci riverberate. È l'apertura della forma canzone allo spettro illimitato dell'improvvisazione. Di questo passo, potrebbero arrivare dappertutto, solo seguendo il loro demone interiore.
All'ascoltatore non è richiesto altro, allora, che abbandonarsi, perdersi tra queste galassie di accordi alla deriva, deporre la coscienza in favore di una percezione che sia soprattutto inconscia, emotivamente sotterranea.
Tanto, a ridestarci dal torpore, a dispensare nuovamente brandelli di realtà, ci penserà poco dopo "Forced March", col suo
free-folk tagliato con dosi di
noise: oscuro e abrasivo cortocircuito di corpo e anima. È un continuo innalzarsi e ricadere di tensioni aspre e sospensioni nebulose: luoghi immaginari in cui adoriamo disperderci tra le note gettate al vento, come manciate di sabbia sfiancata dal sole.
Poi, "Sweet Ali" prosegue verso la disgregazione, immergendosi tra le tenebre, sciogliendosi al contatto con l'altra faccia (obliqua e terribile) della realtà. Così, la natura diventa un groviglio inestricabile di suoni e di rumori. O meglio: un delirio divino in cui regna sovrano un'indifferenziata commistione di suono e rumore.