Martin Barre se n'è andato, e questo nuovo "Thick As A Brick 2" (il sottotitolo è "Whatever Happened To Gerald Bostock?") ufficializza ciò che in fondo si è sempre saputo: i
Jethro Tull sono Ian Anderson. Lo scozzese licenzia il primo vero album dopo nove anni (l'ultimo era il trascurabile "
Christmas Album") proponendo furbescamente un
sequel dell'opera del 1972 con cui la band assurse nell'olimpo del
progressive.
Il capitolo precedente narrava la storia del bambino prodigio Gerald Bostock, poeta in erba incensato dal quotidiano St. Cleve Chronicle (la cui prima pagina costituiva la copertina dell'album). Ora il Chronicle è diventato un giornale
online, e Anderson racconta una serie di futuri alternativi del giovane Bostock, che potrebbe essere diventato un prete o un soldato, un banchiere o un
clochard.
Al di là del pretesto narrativo, "TAAB2" non farà balzare nessuno sulla sedia: ogni traccia potrebbe essere sostituita con qualunque canzone tratta da qualunque album del periodo d'oro dei Jethro Tull. I
riff hard-rock di "Swing It Far" e "Shunt And Shuffle" potrebbero uscire direttamente da "Benefit", ci sono frequenti cambi di tempo progressive e lunghe sfiatate per flauto e voce (come "Old School Song", il cui nome dice tutto) che sono in fondo la specialità della casa.
"TAAB2" dura quasi un'ora e non sorprende nemmeno per un secondo.
È l'ennesimo prevedibile album dei Jethro Tull di cui potete fare a meno. Eppure ascoltandolo sbadatamente vi ritroverete a muovere la testa a ritmo, sognando di bere boccali di birra in montagna in compagnia degli elfi, e rischierete di commuovervi realizzando che "What-ifs, Maybes And Might-have-beens" chiude un cerchio riprendendo non solo il tema dell'iniziale "From A Pebble Thrown", ma anche lo storico giro di chitarra del primo "Thick As A Brick".
È triste prendere atto che non ce ne sono molti di gruppi contemporanei in grado di offrire tanto.