Jethro Tull - Ian Anderson

Jethro Tull - Ian Anderson

Too old to rock'n'roll, too young to die

di Michele Chiusi

I Jethro Tull del flautista Ian Anderson hanno coniato una formula peculiare: una mistura esplosiva di hard-rock, folk britannico e strumenti di tradizione classica. Con la tendenza a una peculiare deformazione ritmica della forma-canzone. Una lunga saga iniziata alla fine degli anni Sessanta e che prosegue tuttora
Pochi gruppi possono vantare una longevità e una coerenza artistica come i Jethro Tull, in tal senso secondi solo ai Rolling Stones, e per pochi gruppi come i Tull si è creata e cronicizzata una dicotomia così netta tra considerazione critica e successo di pubblico, che tuttora, se non premia il gruppo come vendite, accorre numeroso ai concerti del gruppo.

I Jethro Tull esordiscono discograficamente nel 1968 con This Was, che propone una musica incentrata sulla chitarra di Mick Abrahams ma soprattutto sul flauto di Ian Anderson, già all'esordio leader del gruppo. Il disco è lontanissimo dal progressive che tra l'altro era ancora in gestazione, concretizzando invece un folk-rock dalle tinte blues, con a tratti qualche attitudine hard, caratterizzato dall'uso massiccio del flauto, utilizzato sia in chiave solistica che contrappuntistica, sia in chiave lirico/melodica che ritmico/aggressiva. Il gruppo ha un sound molto compatto ed efficace, ma quello che colpisce fin da subito è la grande capacita e fluidità di scrittura di Anderson.

L'anno successivo via Abrahams e alla chitarra arriva Martin Barre, che da allora sarà l'unico elemento ad apparire in tutte le varie formazioni del gruppo, tanto da diventare l'alter ego del deus ex machina Anderson. Il prodotto della nuova formazione è Stand Up, il primo capolavoro, in cui le idee del primo disco vengono meglio focalizzate in pezzi di nitida struttura melodica, espressione del talento del leader in stato di grazia, ora in tenui ballate ora in brani più aggressivi con forti aperture armoniche; la componente blues è stemperata in un folk progressivo efficacissimo nelle melodie mai banali e negli arrangiamenti complessi e raffinati.
La musica del gruppo ha un impatto molto forte, coniugando rock viscerale con raffinatezze espressive, lirismo e aggressività. Il flauto di Anderson imperversa in splendidi arabeschi armonici e in clamorosi stacchi che caratterizzeranno tutta la sua carriera, ma è tutto il gruppo a essere in piena forma; massiccia ma raffinata la sezione ritmica, e Barre dimostra di essere fin da subito a suo agio con interventi efficaci e misurati.
Stand Up contiene alcuni classici del gruppo come "A New Day Yesterday", "Back To The Family", "Nothing Is Easy" e le ballate "We Used To Know" e "A Reason For Waiting", ma soprattutto la celeberrima "Bourée" derivata da un pezzo di Bach ma riarrangiata in modo potente ed elegante in chiave quasi jazzata.

Il disco ha grande successo ma già il gruppo comincia ad alienarsi, complice anche gli atteggiamenti poco accomodanti di Anderson, le simpatie della stampa specializzata inglese. L'anno successivo, il 1970, esce Benefit, disco molto lineare ma di minore impatto rispetto al precedente, strumentalmente molto calibrato ma anche con alcuni pezzi deboli; appaiono per la prima volta le tastiere suonate da un membro esterno, John Evan, che avrà la sua parte nell'evoluzione successiva del gruppo, mentre Anderson riduce la presenza delle parti flauto e Barre acquista spazio; Benefit è comunque un ottimo disco con il limite di essere schiacciato tra due capolavori come Stand Up e il successivo Aqualung, il disco più celebre dei Tull e una pietra miliare del rock.

In Aqualung il gruppo materializza ambizioni che oltrepassano la musica dei dischi precedenti, le venature blues sono un ricordo, gli arrangiamenti si articolano e sovrastrutturano, l'interplay tra la chitarra e il flauto è perfetto, il progressive è dietro l'angolo, tanto che si può parlare di hard folk progressivo.
Il disco contiene alcuni brani killer tra i classici senza tempo dei Jethro Tull ("Aqualung", "Locomotive Breath", "My God"), alternati a brevi e straordinari brani acustici; i pezzi sono quasi tutti al contempo complessi e intelleggibili, caratteristica questa di tutta la produzione di Anderson, coinvolgenti ma raffinati, espressione di una altissima cifra stilistica.

Le grandi melodie e gli indimenticabili riff dei Jetro Tull hanno un successo planetario, ma il gruppo non dorme sugli allori e l'anno successivo, il 1972, esce, dopo un doppio celebrativo quasi tutto di inediti (Living In The Past), Thick As A Brick, foriero di nuove mutazioni. Anderson prova la via della suite in un lungo brano, omonimo, di oltre 40 minuti che iscrive ufficialmente il gruppo al genere progressive. Le tastiere entrano prepotentemente nel sound del gruppo, il flauto assume un ruolo di ricamo più che solistico, il disco è arrangiato superbamente alternando parti acustiche ed elettriche molto efficaci e coinvolgenti specie nella prima parte, che è un susseguirsi di invenzioni melodiche e strumentali.

A differenza di altri gruppi di genere, che spesso hanno affrontato la forma della suite, però il focus di Thick As A Brick non è né lirico né epico né favolistico, né si concretizza alcuna forma di narcisismo strumentale o di velleitarismo sinfonico, imponendosi piuttosto per il tono eclettico e in una certa misura anche orecchiabile della composizione. Il disco suscita entusiasmo nei nuovi fan e qualche perplessità tra i nostalgici del vecchio corso, in realtà rimane, a trent'anni di distanza, una delle pietre miliari del gruppo.

Nel 1973 esce, dopo lunga e travagliata gestazione, un altro disco contenente un'altra suite, intervallata da un breve intervallo cabarettistico: A Passion Play. Le differenze con il precedente sono più evidenti delle similitudini. A Passion Play è molto più cupo, più faticoso e meno fluido, manca l'effervescenza del precedente lavoro, mentre si predilige una dimensione descrittiva, a pannelli musicali subentranti; però la strutturazione del brano è mirabile, un capolavoro ad incastro, gli arrangiamenti sono ricchissimi di sfumature, Anderson riduce il suo estro flautistico per lasciare spazio ad altri strumenti a fiato come il sax.
A Passion Play
è il disco progressive dei Jethro Tull, molto più di Thick As A Brick, per via del pathos che lo pervade e delle musicalità profonda che lo sottende, una musicalità studiata, iperstrutturata e piena di sfumature, ma caratteristica della scrittura di Anderson, mai cervellotica, con melodie aperte ed estroverse ma mai banali. Per la critica, specie quella inglese, è un disco noioso e pretenzioso, affermazioni in parte anche vere, per molti fan è la summa dell'artigianato sonoro dei Tull e del loro leader, per chi scrive il loro più grande capolavoro.

Dopo tale gioiello, il gruppo uscirà dagli stilemi del progressive, almeno intesi in senso restrittivo, per non rientrarvi più.
La gestazione di A Passion Play è faticosa e logorante come logorante è il tour successivo, Anderson è stanco e sempre in lite con la stampa e i risultati si vedono l'anno successivo, quando esce il modesto War Child, dove si recupera la forma canzone con risultati ben poco interessanti.

Molti decretano la fine artistica del gruppo quando nel 1975 esce un altro capolavoro, forse l'ultimo, questa volta misconosciuto: Minstrel In The Gallery, disco dominato, almeno nella seconda parte, da parti acustiche contrappuntate dagli archi in brani di grandissima suggestione ( la mini-suite "Baker Street Muse", "Requiem" ).

L'anno successivo esce Too Old To Rock and Roll, Too Young To Die, uno dei dischi più noti ma anche uno dei più banali e raffazzonati. L'album contiene però uno dei brani più celebri del gruppo, l'epica title track, e sfoggia una copertina che farà da iconografia per i Tull negli anni a venire.

Molto meglio, comunque, il successivo Song From The Wood, dove si ritorna prepotentemente a un hard-folk progressivo con risultati notevoli in alcuni brani, come la title track o "Velvet Green", un po' noiosi e manieristici in altri ("Cup Of Wonder"). Lo stile del gruppo vira in alcuni brani decisamente verso il folk elettrico, evitando però le pastoie del pastoralismo grazie alle solite venature hard e all'eclettismo strumentale.

Sulla stessa falsariga stilistica, anche se meno efficace, è il successivo Heavy Horses, mentre l'ottimo Stormwach del 1979 recupera una dimensione rock e chiude una stagione nel migliore dei modi, con grandissimi brani come "Elegy", "The Flying Duchman" e "Dun Ringill".

Nel 1978 i Tull suggellano la loro notorietà in un famoso concerto al Madison Square Garden trasmesso, ed è la prima volta, in mondovisione. Nel 1980 la svolta stilistica di A in cui appare per la prima volta un misurato uso dell'elettronica, in linea con i tempi. I risultati però sono deludenti e nell'1982, con Broadsword And The Beast, si torna all'antico con risultati più che discreti. In tale disco esordisce alle tastiere Peter John Vettese, proveniente da un gruppo new wave (i RAF), ma se il suo contributo in Broadsword è minimo, nel disco successivo, Under Wraps, di cui è coautore di molti brani, imperversa, sconvolgendo il sound del gruppo, votato alla modernità, con l'elettronica delle sue tastiere. Peccato che i risultati siano modesti e che il disco risulti uno dei meno convincenti di tutta la produzione.

Licenziato Vettese, si ritorna su lidi più consoni con Crest Of a Knave, ottimo disco che contiene due brani destinati a diventare dei classici come "Budapest" e "Farm On A Freeway". L'album inoltre vince, curiosamente, un Grammy Award come miglior disco di hard rock, pur non essendo un disco di hard rock, ma in tali ambiti, si sa, i giudici non brillano per competenza.

La carriera del gruppo prosegue con altri dischi, sempre più radi (Rock Island, Catfish Rising, Roots To Branches, fino all'ultimo Dot Com), sempre con risultati buoni, anche se i capolavori del passato sono lontani. Dopo un trascurabile Christmas Album e un'eccellente ristampa realizzata nel 2011 per celebrare il quarantennale di Aqualung (con nuovi mix di Steven Wilson), Ian Anderson propone furbescamente un sequel del suo lavoro del 1972, Thick As A Brick 2 (sottotitolato "Whatever Happened To Gerald Bostock?").
Il capitolo precedente narrava la storia del bambino prodigio Gerald Bostock, poeta in erba incensato dal quotidiano St. Cleve Chronicle (la cui prima pagina costituiva la copertina dell'album). Ora il Chronicle è diventato un giornale online, e Anderson racconta una serie di futuri alternativi del giovane Bostock, che potrebbe essere diventato un prete o un soldato, un banchiere o un clochard.
Ogni traccia potrebbe essere sostituita con qualunque canzone tratta da qualunque album del periodo d'oro dei Jethro Tull: i riff hard-rock di "Swing It Far" e "Shunt And Shuffle" potrebbero uscire direttamente da Benefit, ci sono frequenti cambi di tempo progressive e lunghe sfiatate per flauto e voce (come "Old School Song", il cui nome dice tutto) che sono in fondo la specialità della casa.
L'album dura quasi un'ora e non sorprende nemmeno per un secondo, eppure ascoltandolo sbadatamente vi ritroverete a muovere la testa a ritmo, sognando di bere boccali di birra in montagna in compagnia degli elfi, e rischierete di commuovervi realizzando che "What-ifs, Maybes And Might-have-beens" chiude un cerchio riprendendo non solo il tema dell'iniziale "From A Pebble Thrown", ma anche lo storico giro di chitarra del primo "Thick As A Brick".

Dopo quasi 20 anni i Jethro Tull tornano con The Zealot Gene e la prima domanda che ci si pone è: ci troviamo di fronte al nuovo lavoro della storica band o all’ultima uscita del suo leader, che utilizza il celebre marchio per motivi di diversa natura. Difficile dare una risposta, ma aggiungiamo, malignamente, che qui manca anche lo storico chitarrista Martin Barre sodale del menestrello di Dunfermline dai tempi di Stand Up, secondo album dei Tull risalente al 1968. A colpire fin dal primo ascolto è il differente registro vocale dello scozzese che con il passare degli anni, forse anche per via di una patologia polmonare, è cambiato ma l’arguta penna di Anderson dimostra di saper sfruttare la variazione  per rendere più drammatiche e urgenti le composizioni.
Il filo conduttore è annodato attorno ai racconti biblici, per svelare le sempre eterne emozioni umane, immutate nei secoli, infatti si narra di gelosia, speranza, dissoluzione, arroganza, tradimento e sensualità, citando figure e episodi dei vangeli, un gioco non nuovo che rivela ancora una volta la profonda ed appassionata vena culturale di Anderson oltre alla capacità di rendere leggero, con l’ironia dei suoi versi, un argomento abbastanza ostico.
Tutto l’armamentario strumentale della cinquantennale produzione della band è presente: dagli attacchi di flauto balbuziente doppiato dal vigore della chitarra distorta, ai caratteristici passaggi acustici disegnati dagli arpeggi di Anderson arricchiti di fisarmonica, mandolini, armonica, pennywhistle, alle fughe dove la complessità strumentale è sempre al servizio della melodia. Da questo punto di vista questo album non può deludere.
La prima parabola è “Mrs. Tibbets” ispirata alla madre del pilota del Enola Gay che sganciò la prima bomba atomica, in un montaggio alternato di immagini di vita quotidiana, di rimandi biblici e inconsapevolezza della gravità del gesto compiuto, il tutto avvolto in cupe sonorità da tardi anni 80. Sempre nel mood del brano precedente l’epica title track ”The Zealot Gene”. Tra tastiere svolazzanti e chitarre marziali prende corpo un’invettiva anti estremismi e populismi contro la volontà di lasciarsi guidare dalla fazioni e dai fanatismi   ideologici, proprio come gli Zeloti (irriducibili sostenitori della legge e dell'indipendenza ebraica), senza vedere le sfumature di pensiero e buttando benzina sul fuoco delle contrapposizioni.
Il picco evocativo è “Mine Is The Mountain” dove un intenso pianoforte e un’inusuale voce profonda di Ian ci guidano all’incontro tra Mosè e un dio imperativo e severo durante la consegna delle tavole della legge sul monte Sinai. Sembra una declinazione di “My God” con tanto di falsetto quasi lirico a declamare la voce del Potente. Durante le digressioni strumentali giganteggia il flauto dell’impareggiabile Ian.
Non mancano gli sbuffi prog, e hanno lo sfogo più significativo in alcune sezioni di “The Betrayal Of Joshua Kynde”, ma Ian non dimentica di rispolverare la sua mitica chitarrina  da splettrare a dovere nella  tripletta “Where Did Saturday Go?”, “Three Loves, Three” e “In Brief Visitation”: tre delicati paesaggi acustici, un crescendo molto azzeccato, uno dei momenti migliori del disco. Chiude la vicenda del pescatore di Efeso, Giovanni Evangelista, che anche dedicandosi alla pesca non rinuncia al proselitismo. Forzando la mano potrebbe essere un parallelo autobiografico con la vita del leader dei Tull che dopo aver calcato i palchi di tutto il mondo si trova rinchiuso nella solitudine della sua villa di campagna a comporre durante il lockdown.

Malgrado qualche chitarra distorta in modo scolastico e suoni di tastiera un po' datati ed istituzionali, The Zealot Gene dovrebbe accontentare i devoti amanti della band anche se probabilmente non svecchierà la fanbase ma, giustamente, l’eccentrico polistrumentista di Dunfermline non ragiona seguendo le indicazioni degli strateghi del marketing. Intanto, un primo risultato l'ha ottenuto: riportare i Jethro Tull in classifica dopo tanti anni.

Gruppo invecchiato benissimo, i Jethro Tull non hanno mai battuto i sentieri ispidi dell'avanguardia né preteso di convogliare temi generazionali, ma hanno sempre e solo voluto creare musica e hanno sempre voluto che si giudicasse solo questa. Grazie al talento straordinario di Ian Anderson, personalità anticonformista e scomoda, forse più artigiano che artista, hanno lasciato una discografia che complessivamente è tra le più significative, sia quantitativamente che qualitativamente, nella storia del rock. Gruppo di espressività a volte anche limitata, incapace di creare immaginifici paesaggi sonori e di aprire visioni prospettiche, ha però concretizzato un corpus musicale straordinariamente ricco di inventiva e talento. I brani di Anderson spesso non sono né interessanti né rivoluzionari né evocativi. Sono semplicemente belli.

Jethro Tull - Ian Anderson

Too old to rock'n'roll, too young to die

di Michele Chiusi

I Jethro Tull del flautista Ian Anderson hanno coniato una formula peculiare: una mistura esplosiva di hard-rock, folk britannico e strumenti di tradizione classica. Con la tendenza a una peculiare deformazione ritmica della forma-canzone. Una lunga saga iniziata alla fine degli anni Sessanta e che prosegue tuttora
Jethro Tull - Ian Anderson
Discografia
 This Was (Chrysalis, 1968)

7

 Stand Up (Chrysalis, 1969)

7,5

 Benefit (Chrysalis, 1970)

6,5

Aqualung (Chrysalis, 1971)

8

 Living In The Past (antologia, Chrysalis, 1972)

 

Thick As A Brick (Chrysalis, 1972)

8

A Passion Play (Chrysalis, 1973)

8,5

 War Child (Chrysalis, 1974)

5,5

Minstrel In The Gallery (Chrysalis, 1975)

8

 M.U. - The Best Of Jethro Tull (antologia, Chrysalis, 1975)

 

 Too Old To Rock'n'Roll, Too Young To Die (Chrysalis, 1976)

6

 Songs From The Wood (Chrysalis, 1977)

7

 Repeat - The Best Of Jethro Tull vol. II (antologia, Chrysalis, 1977)

 

 Heavy Horses (Chrysalis, 1978)

6,5

 Live - Bursting Out (Chrysalis, 1978)

 

 Stormwatch (Chrysalis, 1979)

7

 A (Chrysalis, 1980)

5

 The Broadsword And The Beast (Chrysalis, 1982)

6

 Under Wraps (Chrysalis, 1984)

4,5

 Original Masters (antologia, Chrysalis, 1985)

 

 Crest Of A Knave (Chrysalis, 1987)

6,5

 20 Years Of Jethro Tull (triplo cd, antologia, Chrysalis, 1988)

 

 Rock Island (Chrysalis, 1989)

6

 Catfish Rising (Chrysalis, 1991)

6

 Live At The Hammersmith 1984 (DEI, 1991)

 

 A Little Light Music (Chrysalis, 1992)

 

 The Best Of Jethro Tull: The Anniversary Collection (doppio cd, Chrysalis, 1993)

 

 Roots To Branches (Chrysalis, 1995)

5,5

 In Concert (live, Windsong, 1995)

 

 Dot Com (Varese, 1999)

6

 The Christmas Album (Fuel 2000, 2003)

6

 The Best Of Acoustic (antologia, Emi, 2007)

 

 Thick As A Brick 2 (Emi, 2012)

6

 The Zealot Gene (Inside Out Music, 2012)

6,5

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