Jethro Tull

The Zealot Gene

2022 (Inside Out Music) | folk, hard rock, prog

Dopo vent'anni tornano i Jethro Tull e la prima domanda che ci si pone è: ci troviamo di fronte al nuovo lavoro della storica band o all'ultima uscita del suo leader Ian Anderson, che utilizza il celebre marchio per motivi di diversa natura che non staremo a indagare in questa sede? Sarà difficile dare una risposta, che infatti non daremo, ma aggiungiamo, malignamente, che in "The Zealot Gene" manca anche lo storico chitarrista Martin Barre, sodale del menestrello di Dunfermline dai tempi di "Stand Up", secondo album dei Tull risalente al 1968.

A colpire fin dal primo ascolto è il differente registro vocale dello scozzese, che con il passare degli anni, forse anche per via di una patologia polmonare, è cambiato, ma l'arguta penna di Anderson dimostra di saper sfruttare la variazione per rendere più drammatiche e urgenti le composizioni.
Il filo conduttore di "The Zealot Gene" è annodato attorno ai racconti biblici per svelare le sempre eterne emozioni umane, immutate nei secoli. Infatti si narra di gelosia, speranza, dissoluzione, arroganza, tradimento e sensualità, citando figure ed episodi dei Vangeli. Un gioco non nuovo che rivela ancora una volta la profonda e appassionata vena culturale di Anderson, oltre alla capacità di rendere leggero, con l'ironia dei suoi versi, un argomento abbastanza ostico.

Tutto l'armamentario strumentale della cinquantennale produzione della band è presente: dagli attacchi di flauto balbuziente doppiato dal vigore della chitarra distorta ai caratteristici passaggi acustici disegnati dagli arpeggi di Anderson, arricchiti di fisarmonica, mandolini, armonica, pennywhistle, alle fughe strumentali dove la complessità è sempre al servizio della melodia. Da questo punto di vista, l'album non può deludere. Si percepisce la centralità di Anderson durante la composizione, con una band che sembra più attiva in fase di arrangiamento senza, però, pretendere più dello spazio richiesto.

La prima parabola è "Mrs. Tibbets", ispirata alla madre del pilota del Enola Gay che sganciò la prima bomba atomica, in un montaggio alternato di immagini di vita quotidiana, di rimandi biblici e inconsapevolezza della gravità del gesto compiuto, il tutto avvolto in cupe sonorità da tardi anni 80.
Carrying the Zealot gene
Right or left, no in between
Beware, beware the Zealot gene
Naked flame near gasoline
Sempre nel mood del brano precedente è l'epica title track "The Zealot Gene". Tra tastiere svolazzanti e chitarre marziali prende corpo un'invettiva anti-estremismi e populismi, contro la volontà di lasciarsi guidare dalla fazioni e dai fanatismi ideologici, proprio come gli Zeloti (irriducibili sostenitori della legge e dell'indipendenza ebraica), senza vedere le sfumature di pensiero e buttando benzina sul fuoco delle contrapposizioni.
Il picco evocativo è "Mine Is The Mountain", nella quale un intenso pianoforte e un'inusuale voce profonda di Ian ci guidano all'incontro tra Mosè e un Dio imperativo e severo durante la consegna delle tavole della legge sul monte Sinai. Sembra una declinazione di "My God" con tanto di falsetto quasi lirico a declamare la voce del Potente. Durante le digressioni strumentali giganteggia il flauto dell'impareggiabile Ian.

Una serie di figure femminili attraversa l'album: la sensuale Shoshana (Susanna in ebraico), avvolta da melodie misteriose tra i trilli del "cicognone" scozzese e le ombre danzanti delle torce in "Shoshana Sleeping"; le sorelle sorprese nella loro dissolutezza urbana e inseguite dalla fisarmonica dalle cadenze celtiche nella fischiettante "Sad City Sisters"; la sterile ma miracolata Elisabetta in "Barren Beth, Wild Desert John" calata in un immaginario cinematografico tra spunti classici e vampate hard rock.
Non mancano gli sbuffi prog, e hanno lo sfogo più significativo in alcune sezioni di "The Betrayal Of Joshua Kynde", ma Ian non dimentica di rispolverare la sua mitica chitarrina da splettrare a dovere nella tripletta "Where Did Saturday Go?", "Three Loves, Three" e "In Brief Visitation": tre delicati paesaggi acustici, un crescendo molto azzeccato, uno dei momenti migliori del disco.
Fisherman of Ephesus
Surveys the spirits' battleground
Flag was flown, a story told
Of crucifix and thorny crown
Chiude la vicenda del pescatore di Efeso, Giovanni Evangelista, che anche dedicandosi alla pesca non rinuncia al proselitismo. Forzando la mano potrebbe essere un parallelo autobiografico con la vita del leader dei Tull che, dopo aver calcato i palchi di tutto il mondo, si trova rinchiuso nella solitudine della sua villa di campagna a comporre durante il lockdown.

"The Zealot Gene", malgrado qualche chitarra distorta in modo scolastico e suoni di tastiera un po' datati e istituzionali, dovrebbe accontentare i devoti amanti della band. Probabilmente non svecchierà la fanbase ma, giustamente, l'eccentrico polistrumentista di Dunfermline non ragiona seguendo le indicazioni degli strateghi del marketing.
Non penso che sarà il primo disco che andremo a ripescare quando avremo voglia di ascoltare i Jethro Tull, ma sicuramente "The Zealot Gene" è un gradito ritorno. Per cui niente di nuovo nel merito, ma il sole dei Tull continua splendere e illuminare.

(02/02/2022)

  • Tracklist
  1. Mrs. Tibbets
  2. Jacob's Tales
  3. Mine Is the Mountain
  4. The Zealot Gene
  5. Shoshana Sleeping
  6. Sad City Sisters
  7. Barren Beth, Wild Desert John
  8. The Betrayal of Joshua Kynde
  9. Where Did Saturday Go?
  10. Three Loves, Three
  11. In Brief Visitation
  12. The Fisherman of Ephesus






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