In occasione del cinquantesimo anniversario della compilation “M.U. – The Best Of Jethro Tull” e della sua riedizione in vinile rimasterizzato half-speed, supervisionata dallo stesso Ian Anderson e realizzata ad Abbey Road, abbiamo incontrato in videochiamata il leader dei Jethro Tull. Partendo dalla prima vera raccolta di successi della band, la conversazione si è spostata sulla libertà artistica, sul progressive rock, sull’umorismo di “Thick As A Brick” e sul sottile confine tra osservazione e invettiva politica nelle canzoni.
M.U. sta per “Musicians’ Union”. A cinquant’anni dall’uscita originale, vedi ancora i Jethro Tull come una sorta di “unione di musicisti”, o la natura del gruppo è cambiata nel tempo?
L’idea alla base di quel titolo era riunire una serie di brani che vedevano la partecipazione di alcuni musicisti che avevano fatto parte dei Jethro Tull fin dai primi anni, ma che non erano necessariamente più nel gruppo. In un certo senso, significava riunire di nuovo delle persone. E credo che, in fondo, questa sia la storia dei Jethro Tull fin dal 1968.
L’altro ieri ero a Padova, dove avremmo dovuto tenere un concerto, purtroppo cancellato a causa di terribili temporali e piogge torrenziali. Era il compleanno del nostro bassista, così, mentre fuori c’erano tuoni e fulmini, band e crew sono rimasti insieme a bere qualcosa. È un’unione anche in questo senso: persone che si ritrovano e stanno insieme.
Naturalmente, però, il titolo alludeva alla Musicians’ Union, il sindacato dei musicisti britannici, comunemente chiamato M.U. Ne ho fatto parte per moltissimi anni, finché, circa dieci anni fa, ha cominciato a schierarsi politicamente in modo molto esplicito contro un partito e a favore di un altro. A quel punto ho deciso di uscirne. Continuo a sostenere in linea di principio la funzione dei sindacati, che in questo caso è proteggere gli interessi dei musicisti professionisti, ma non credo che la politica debba assumere un ruolo così prominente al loro interno.
Alcune persone considerano la propria musica, la propria pittura o la propria attività artistica una dichiarazione politica. È la loro opinione e il loro modo di lavorare, ma non è il mio.
Il primo disco dei Jethro Tull che ho posseduto era proprio un greatest hits: ho scoperto le singole canzoni e solo in seguito ho trovato il loro posto negli album. Come autore, che rapporto hai con l’album come forma compiuta rispetto ai singoli brani e alla vita che possono avere autonomamente?
Una volta realizzato e pubblicato un album, divento piuttosto pragmatico nell’accettare che le compilation, i best of o i greatest hits – comunque li si voglia chiamare – siano un buon punto d’ingresso nell’opera di un artista. Io stesso ho scoperto moltissimi artisti attraverso le loro raccolte, da Beethoven e Händel fino ai musicisti rock e pop contemporanei. Mi permettono di farmi un’idea generale del loro lavoro e poi di approfondire uno, due o tre album specifici, una volta capito che cosa mi interessa di quell’artista.
Se ascoltassi una compilation di Beethoven, per esempio, probabilmente sarei più attratto dalla sua musica orchestrale che dai quartetti d’archi. È un punto d’ingresso. È un po’ come aprire la porta di un negozio: una volta visto che cosa c’è dentro, puoi dirigerti verso lo scaffale specifico in cui sono esposte le cose che ti interessano. Per questo sono un pragmatico sostenitore delle compilation.
Devo però dire che “M.U.” fu assemblato e pubblicato per adempiere a un obbligo contrattuale. La Chrysalis doveva consegnare un altro album attraverso la Warner Brothers negli Stati Uniti per chiudere il contratto, e così misero insieme una compilation.
All’epoca, quindi, non la consideravo una nuova uscita particolarmente importante per i Jethro Tull. C’erano un paio di canzoni che non erano apparse sugli album, e questo la rendeva in qualche modo interessante. Né l’artwork né l’idea in sé erano particolarmente ispirati, ma conteneva alcune grandi canzoni dei Jethro Tull e un paio di brani nuovi.
Guardando la tracklist di “M.U.”, “Teacher” è un caso interessante: nacque come lato B e la sua versione americana acquisì poi una vita propria grazie alle radio FM. Quanto hanno influito la radio, il mercato e le etichette discografiche sulle vostre scelte e sul percorso dei Jethro Tull?
Per quanto riguarda l’influenza della radio, direi praticamente zero, almeno all’epoca. Nel 1972, quando pubblicammo “Thick As A Brick”, andammo apertamente contro le convenzioni della programmazione radiofonica. Le radio potevano anche trasmettere brani di cinque o sei minuti, ma l’idea di un intero album senza interruzioni era considerata molto pericolosa. La casa discografica era davvero terrorizzata: pensava che nessuno lo avrebbe trasmesso e che nessuno lo avrebbe ascoltato perché era troppo lungo.
Io, invece, pensavo che proprio quella fosse la sua differenza. Forse la gente sarebbe stata incuriosita da quaranta e più minuti di musica continua. Il pubblico, naturalmente, non aveva idea di che cosa avrebbe trovato.
Sono momenti di difficoltà che si incontrano lungo il percorso, ma se la musica, in ultima analisi, vale qualcosa, prima o poi riesce ad affermarsi. È quello che è successo a “Thick As A Brick”: alla fine è diventato popolare in molti paesi. Curiosamente, in Italia, che ha sempre avuto una tradizione di interesse per il progressive rock e per la musica più complessa, fu più facile proporlo.
In generale sono stato molto fortunato nel mio rapporto con le case discografiche. Mi hanno sempre concesso la libertà di scegliere le canzoni, il materiale degli album, l’artwork; mi hanno lasciato scrivere la musica che volevo e presentarla nel modo in cui volevo. La maggior parte delle volte i risultati sono stati abbastanza positivi perché tutti ne fossero soddisfatti.
Ho sentito moltissime storie di altri artisti sulle case discografiche che cercavano di controllarli e plasmare la loro carriera. Io, invece, ho sempre ricevuto un grande sostegno dalle etichette, sia negli Stati Uniti sia in Europa, e sono molto grato per la libertà che mi è stata concessa.
Hai citato “Thick As A Brick”. Il disco nacque anche come parodia della grandiosità e della pomposità del progressive rock dell’epoca, ma è diventato a sua volta un monumento del genere. Come conviveva l’elemento parodico con il tuo autentico coinvolgimento in quel linguaggio musicale?
Oh, era davvero una parodia. E tutto cominciò dal testo. Avevo questa piccola figura che suonavo alla chitarra acustica, in fa, e la prima frase che scrissi fu: “I really don’t mind if you sit this one out”. Era come dire al pubblico: “Non m’importa davvero se volete ascoltare oppure no”. Era una provocazione, un guanto di sfida lanciato fin dalla primissima frase.
Cominciò come una parodia, ma quando ebbi scritto venti minuti di musica ero ormai completamente assorbito dallo stile compositivo e dai suoi aspetti tecnici. Cercai comunque di mantenere un elemento di umorismo surreale, anche nella musica e soprattutto nei testi.
Bisogna ricordare il clima dell’umorismo britannico di allora, e in particolare “Monty Python’s Flying Circus”. Era un umorismo surreale, al di là della realtà, e non tutti lo capivano. Quella sensibilità entrò soprattutto nei testi di “Thick As A Brick”: volevo creare una forma di umorismo surreale, oscuro, che in effetti permea tutto l’album.
Anche in questo caso si trattava di una sfida: vedere se sarebbe stato accettato. Ero, diciamo, sicuro al cinquanta per cento che avrebbe avuto successo. [ride] E lo ebbe.
A proposito di “Skating Away”, hai parlato della «classica via del folk: usare la musica per diffondere la consapevolezza di un problema che riguarda tutti». Prima hai detto di non concepire la tua musica come una dichiarazione politica: come convivono queste due idee? E che rapporto hanno, più in generale, i Jethro Tull con la musica folk?
La musica folk significa cose diverse per persone diverse. A volte riguarda questioni di divisione sociale. Se parliamo della musica tradizionale di due, tre o quattrocento anni fa, può raccontare tradizioni sociali e culturali, ma lo fa in modo osservativo. Ed è ciò che feci nel 1973, quando scrissi una canzone sul cambiamento climatico in un periodo in cui l’opinione diffusa era che avremmo potuto essere precipitati in una nuova era glaciale.
E, a causa del riscaldamento globale, potrebbe ancora accadere. Quando la temperatura del clima aumenta – il che è diverso dai singoli eventi meteorologici – uno dei possibili effetti è l’alterazione della North Atlantic Drift, la Corrente del Golfo. Se accadesse, l’Europa settentrionale potrebbe essere precipitata in una nuova era glaciale.
La nostra dipendenza dai combustibili fossili e la riluttanza ad abbandonarli continuano a essere parte del problema. “Drill, baby, drill”, dice Mr. Trump. L’ironia è che il riscaldamento globale potrebbe portarci a un nuovo raffreddamento, almeno a livello regionale.
Quando scrissi “Skating Away”, però, non lo feci da un punto di vista politico. Il testo è osservativo: immagina un futuro nel quale, come dice la canzone, stiamo “pattinando via sul ghiaccio sottile di un nuovo giorno”. Pattinare sul ghiaccio sottile significa trovarsi in una situazione pericolosa. Non stavo dicendo alle persone per chi avrebbero dovuto votare.
Questo non significa che io non abbia opinioni personali. Credo, per esempio, che le motivazioni di Donald Trump siano profondamente sbagliate ed egoistiche. E qui nel Regno Unito ne vediamo un’eco in chi sostiene che dovremmo ricominciare a trivellare per cercare altro petrolio nel Mare del Nord. La realtà politica a breve termine sembra essere quella di continuare a utilizzare i combustibili fossili, forse persino di aumentarne l’uso.
Ma una canzone come “Skating Away” non nasce da una motivazione politica. È osservativa: vuole far pensare e interrogare le persone. Ed è per questo che conserva la sua rilevanza.
Non voglio spaventare la gente, solo metterle un po’ di paura. [ride] Non è un film catastrofico. È soltanto una piccola canzone che ricorda alle persone la fragilità del mondo in cui viviamo.
(12 luglio 2026)
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| Il resconto di una breve chiacchierata con Ian Anderson, leggendario leader dei Jethro Tull. E’ stato prezioso l’aiuto, nelle domande, del giornalista musicale Silvano Pertone, grande esperto musicale e dell’artista in questione.Ciao Ian, inizierei con il chiederti se, dopo i 17 minuti della canzone “Drink From The Same Well” possiamo aspettarci un’altro pezzo simile in futuro.
Ciao, beh, forse si però devo prendermi una pausa di qualche mese dal registrare per via di altre questioni e del tour imminente!
Come ti è venuta l’idea in merito al libro “Silent singing”? E’ vero che non eri molto soddisfato riguardo i precedenti libri usciti in cui si parlava dei Jethro Tull? “Silent Singing” è un libro curato molto attentamente, una collezione di testi con foto e descrizioni molto dettagliate. Un sacco di lavoro e solo io potevo gestirlo, non l’avrei lasciato fare ad altri. Potevano commettere degli errori! Qual è il tuo pensiero circa la religione oggi? Guarda, più o meno è quello di sempre, quello di quando ero un ragazzo. Potresti pensare che io sia un panteista. Do molto valore agli insegnamenti cristiani e supporto la Chiesa tramite varie donazioni annuali, però la religione organizzata è una porta d’accesso alla consapevolezza spirituale e in sé stessa può offrire un senso di salvezza e compimento. Per me, le religioni organizzate sono differenti percorsi per raggiungere la consapevolezza attraverso l’adorazione e una fede radicata nella preghiera e in un Dio interventista. Penso di preferire un percorso spirituale più esoterico. Sei d’accordo con la frase di William Blake “immaginazione e realtà sono la stessa cosa”? Lui si riferiva al “genio poetico”, credo intendesse semplicemente lo spirito creativo. Sono d’accordo con lui su molte cose, anche se era un po’ pazzo e contradditorio a volte. “Crest Of A Knave” vinse, negli anni 90, un Grammy nella categoria heavy-metal. Cosa ricordi di quella serata? Ero nello studio di registrazione qunado arrivò una telefonata da Los Angeles che diceva che avevamo vinto il Grammy. Ho messo giù e sono tornato a lavorare. Non credo sia una buona idea indulgiare troppo nell’auto congratulazione però è stato carino vedere che avevamo dei supporters nel processo di selezione. Qual’è l’influenza nella canzone “Bourèe”? Ho letto che ti ha ispirato una performance di un tuo vicino. Si. Ho sentito provare chitarra classica uno studente nella stanza sotto la mia. Suonò una parte molte volte e mi rimase impressa. Martin Barre la riconobbe quando gliela suonai e poi feci il resto dei pezzi improvvisando durante le registrazioni. Rifiustasti di partecipare al Festival di Woodstock. Pensi ancora sia sta la scelta giusta per voi? Anche i Led Zeppelin si rifiutarono! Con loro andammo a suonare a Chicago e a Detroit. Anche Bob Dylan non partecipò… (29 marzo 2026) |
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Il pifferaio magico del rock di Michele Savoldi Non capita tutti i giorni di chiacchierare amabilmente con una leggenda del calibro di Ian Anderson, una figura presente nella mia memoria – come bizzarra e atipica icona del rock and roll – sin dalla prima infanzia, grazie al nutrimento musicale paterno. Il nostro dimostra di non essere ancora “too old to rock’n’roll” e di sicuro lo reputiamo anche “too young to die”! La sua traboccante creatività gli dà modo di esprimersi attraverso multiformi forme di comunicazione e arte. Ian ha tanto da dire e non si è risparmiato nemmeno per i lettori di OndaRock. Buona lettura. Dunque, caro Ian, cosa devono aspettarsi i fan dagli show del 50° anniversario dei Jethro Tull, il prossimo marzo? Beh, vedranno… per iniziare, in ordine cronologico durante il grosso dello show, vedranno i primi tempi dei Jethro Tull come gli inizi al Marquee Club nel 1968. Incontreranno alcuni dei musicisti coi quali abbiamo suonato attraverso gli anni grazie allo schermo dietro di me: ci saranno 36 musicisti che hanno suonato coi Jethro Tull in questi cinquant’anni. Qualcuno comparirà insieme ad altri ospiti speciali sullo schermo. Credo che si tratterà di un piccolo viaggio attraverso la prima decade, il periodo in cui i Jethro Tull divennero popolari in tutto il mondo, il periodo temporale in cui i Jethro Tull furono una band di successo internazionale. Per lo più mi focalizzerò su quel periodo che va dai tardi anni Sessanta alla fine degli anni Settanta. Cosa ti ricordi dei concerti in Italia negli anni Settanta? Mi ricordo il pianoforte scordato, mi ricordo le rivolte, i lacrimogeni, i ritardi, la pessima organizzazione dei promoter che sembravano non capire o forse non curarsi dei dettagli. Era un lavoro duro…voglio dire, il pubblico era molto entusiasta e ci supportava un sacco ma l’organizzazione, le faccende pratiche relative all’organizzazione di concerti non erano per niente buone! Sfortunatamente dovevi paragonare le due ore sul palco con le altre 22 del giorno, in cui le cose non andavano così bene… non era un’esperienza molto piacevole allora! …tempi duri! Non era solo quello, in Italia – in modo particolare un promoter che non mi interessa menzionare – era un posto noto, fra le band inglesi, dove lavorare. Era sempre un lavoro molto, molto duro! In Germania, ad esempio, tutto andava bene ed era ben organizzato così come in Svizzera e persino in Francia. Ma era un periodo davvero duro in Italia e ci sono voluti un po’ di anni perché i promoter italiani diventassero più professionali e che realizzassero che dovevano fare un lavoro buono come quello dei promoter di altre parti del mondo. È andata così, anche se ho avuto dei problemi recenti… ma succede comunque da qualche parte. Ho molti ricordi poco piacevoli dell’Italia, ma una volta arrivati gli anni Ottanta, le cose sono andate decisamente meglio e abbiamo avuto tante belle esperienze suonando in molti luoghi italiani nei quali siamo stati così fortunati da poterci esibire. Di recente anche in un paio di chiese italiane, a Natale dello scorso anno. Cosa ci puoi raccontare di “The Ballad Of Jethro Tull”, il primo libro ufficiale sui Jethro Tull. Cosa vi troveranno i fan? Sinceramente non lo so perché non lo sto scrivendo io! Sono decisamente in contatto con lo scrittore e con gli editori, responsabili di trovare molte informazioni e organizzare interviste con gli ex-membri… lo leggerò con interesse per vedere se rifletterà bene la storia dei Jethro Tull! È scritto da qualcuno il cui lavoro ho letto, che ho approvato come scrittore perché molto obiettivo e accurato nella ricerca, nel mettere insieme le cose. Ci sono stati altri libri sui Jethro Tull, ma fondamentalmente si trattava di copia-incolla: trovavano cose su internet, le copiavano e le incollavano nel libro come se si trattasse di fatti e naturalmente ci sono tante cose sbagliate. Storicamente, a livello di opinioni, oppure nel raccontare storie assolutamente false, dato che le persone avevano solo copiato e incollato senza verificare l’autenticità di quello che trovavano: dunque i loro errori hanno continuato a replicarsi. L’autore, Mark Blake, ha appena scritto il libro su Peter Grant il manager dei Led Zeppelin e prima ha firmato il libro sugli Who dei primi tempi. Ha inoltre scritto per molte riviste e quotidiani inglesi di rock e pop per molti anni, è una persona molto ben informata e sono sicuro che racconterà la storia nel modo corretto. “The String Quartet” è un tuo disco registrato con il Carducci Quartet, arrangiato e orchestrato da John O’Hara. Cosa ci puoi dire della sua registrazione, l’avete realizzata in due chiese, giusto? Sì, è stato registrato nella cattedrale del Worcester – una delle più grandi cattedrali medievali – nel settembre del 2017. Abbiamo registrato anche in una piccola chiesa in mezzo alla campagna, l’esatto opposto della cattedrale, una chiesa davvero piccola le cui dimensioni sono quelle di un appartamento della famiglia media, una chiesa storica! Non l’ho fatto per l’acustica, la gente sembra pensare ciò e non è stato così per niente: l’acustica è qualcosa per cui devi combattere in modo da ottenere una registrazione pulita, senza tutte le complicazioni dell’identità acustica che spesso è abbastanza spiacevole, se lo fai in edifici non studiati per un’acustica neutrale. Ha avuto molto più a che fare con il lato spirituale dell’atmosfera nella quale volevo che i musicisti registrassero la loro performance, in modo che fosse un pizzico reverenziale, dato che avevano a che fare con musica che in alcuni casi è stata scritta prima che nascessero. Un paio d’anni fa hai raccomandato la band Edensong. Che musica ascolti quando non sei occupato con la tua? Spesso ascolto musica di artisti che mi hanno chiesto di partecipare a un brano del loro album o cose simili. Per lo più quando mi siedo ad ascoltare, si tratta di qualcosa con cui non ho familiarità e che devo imparare e davvero cercare di capire, sentire il feeling della loro musica per aggiungere qualcosa – come musicista – che sia complementare alla loro musica. Potrebbe essere una band heavy metal, un artista punk, classico, jazz… sono ospite in un po’ di roba ogni anno. Ma quando ascolto la musica in un modo più rilassato e ricreativo, di solito si tratta di musica classica. Di solito lo faccio in aereo perché non sono un volatore felice, divento piuttosto nervoso. Penso che ascoltare della musica classica sia un modo per calmarmi quando affronto lunghi voli turbolenti attraverso le tempeste. Cosa possiamo aspettarci in futuro: nuove registrazioni di Ian Anderson o dei Jethro Tull? Beh, entrambi o uno dei due, non ho ancora deciso. Ci sono sette canzoni ancora incomplete che abbiamo registrato mesi fa e che spero di completare in febbraio e a maggio, spero di farle uscire verso la fine di quest’anno. Sto anche lavorando a un libro di testi, che include le liriche di 250 canzoni che sono state parte della mia vita negli ultimi 50 anni… Sarà un libro completo di fotografie che recupererò dalla mia collezione personale. Altri progetti… sì, c’è un altro progetto per il quale mantengo il silenzio perché è previsto per il 2020 (ride, ndr). Ho parecchio per tenermi occupato, come musicista e come scrittore, per i prossimi anni. Ho anche in mente di scrivere una biografia non solo su me stesso e sulla mia storia personale, sarà qualcosa di più ampio… il modo in cui ho in mente di scrivere questa autobiografia avrà molto a che fare con quello che per me è unico, non è qualcosa che può essere scritto da altri e dunque devo scriverla da me. Penso che lo farò in un periodo di tempo tra il 2020 e il 2021… ho molto che mi tiene occupato ed è importante alla mia età avere molto lavoro da portare avanti con energia ed entusiasmo, per godermi la vita! Fuori dalla musica, in Italia abbiamo degli ottimi ristoranti indiani. Che consigli daresti ai novizi del cibo indiano? I ristoranti indiani in Italia sono relativamente nuovi perché solo pochi anni fa facevo davvero fatica a trovarne uno… forse c’erano a Roma e ce n’era uno a Bologna. Ora sono diventati più comuni nell’ambito della ristorazione nelle grandi città, ovviamente quelli giapponesi sono tantissimi, sushi bar ad ogni angolo. Tutto è diventato più cosmopolita, una volta c’erano solo ristoranti italiani o cinesi, ora hai molte altre forme di ristorazione a cui attingere, inclusa quella vegetariana e vegana: c’è qualcosa per tutti di questi tempi ed è una bella cosa. Ma non manderei mai nessuno in nessun ristorante particolare semplicemente perché io avrei potuto frequentarlo e apprezzarlo ma forse ero là in una giornata buona. Anche scegliendo le cose giuste nel menù, qualcun altro potrebbe andare nello stesso ristorante e vivere una terribile esperienza. È come se ti dicessi: “Vai a vedere questo film! È negli Academy Awards quest’anno!”. Tu potresti guardarlo e odiarlo, mentre io lo guardo e lo reputo grande. O un libro, della musica… davvero non amo raccomandare le cose alla gente che potrebbe esserne delusa. Se raccomando qualcosa dico: “Dagli un ascolto, ne vale la pena!” Potrebbero esserci delle connessioni se si tratta di un gruppo che fa una cover dei Jethro Tull o magari una band che penso meriti del supporto, ma faccio comunque molta attenzione al fatto che potrebbero piacere o meno ad altra gente. Come per altre faccende etiche, quali la conservazione, i diritti animali e i cambiamenti climatici: queste sono cose che potrebbero trovare in disaccordo molti nostri fan. Quindi devi accettare il fatto che non puoi aspettarti che la gente sia persuasa solo perché apprezzano la tua musica. Ecco perché tengo fuori dal pubblico la politica, specialmente mi tengo fuori dalla politica americana, perché non sono americano e ho bisogno della mia Visa, perciò non voglio irritare Donald Trump, Vladimir Putin e i presidenti di qualche altra nazione! Se leggessero nelle carte qualche mia critica forse mi cancellerebbero la Visa. Dunque bisogna essere pragmatici, non vorrei deludere migliaia di fan (ride, ndr) perché ho perso la mia Visa americana perché forse ho detto qualcosa che non mi spettava dire come musicista. Sappiamo anche che ami molto i gatti, cosa pensi di queste creature adorabili? Quando ero un bambino avevo un gatto, il primo animale che condivise la nostra abitazione, mi sono sempre più sentito vicino ai gatti più che ai cani. Preferisco i gatti e li ho avuti per tutta la mia vita, sono parte della famiglia! Oggi ho qui due gatti in più dato che mio figlio me li ha lasciati perché li accudissi per un giorno e una notte mentre lui è a Londra. Talvolta invece se ne va mia figlia e dobbiamo occuparci del suo gatto per un paio di giorni o una settimana. La nostra casa di solito ospita un po’ di gatti in cerca di cibo e di posti privati dove dormire, di solito al piano di sopra sul nostro letto e le cose diventano difficili quando più di uno lo vuole fare e dunque litigano, sono molto territoriali. Sì, amo molto i gatti e sono molto preoccupato che piccoli gatti selvatici in varie nazioni siano minacciati e che il loro futuro sia messo in dubbio, ancora di più a causa dei cambiamenti climatici che danneggiano pesantemente molte specie sul pianeta Terra, forse un terzo delle specie sarà pesantemente colpito entro la fine del secolo. Probabilmente la specie che sarà colpita di più è l’Homo Sapiens, quindi prendete nota! Assolutamente! Memento! Un messaggio, saluto e invito finali per i fan italiani dei Jethro Tull che ti aspettano a Brescia? Beh, spero che si divertano e che ci trovino interessanti, talvolta con della musica nostalgica. È sempre bello vedere facce italiane sorridenti, spero davvero che si godano il concerto, non vediamo l’ora di venire e li invito a lasciare i telefoni cellulari a casa. O almeno teneteli in tasca, perché trovo incredibilmente fastidioso quando la gente lancia flash verso di me senza che ascoltino o guardino il concerto per cercare di registrare un video. Vorrei che le persone usassero i loro occhi, le loro orecchie e le loro memorie: è molto più divertente che passare la sera con un telefono che infastidisce non solo me ma anche la gente seduta intorno a uno schermo acceso che lancia flash tutto il tempo. Dunque, tenete il telefono in tasca, sarebbe molto carino… mille grazie per essere così gentili da farlo! (21 marzo 2019) |
| This Was (Chrysalis, 1968) | 7 | |
| Stand Up (Chrysalis, 1969) | 7.5 | |
| Benefit (Chrysalis, 1970) | 6.5 | |
| Aqualung (Chrysalis, 1971) | 8 | |
| Living In The Past (antologia, Chrysalis, 1972) | ||
| Thick As A Brick (Chrysalis, 1972) | 8 | |
| A Passion Play (Chrysalis, 1973) | 8.5 | |
| War Child (Chrysalis, 1974) | 5.5 | |
| Minstrel In The Gallery (Chrysalis, 1975) | 8 | |
| M.U. - The Best Of Jethro Tull (antologia, Chrysalis, 1975) | ||
| Too Old To Rock'n'Roll, Too Young To Die (Chrysalis, 1976) | 6 | |
| Songs From The Wood (Chrysalis, 1977) | 7 | |
| Repeat - The Best Of Jethro Tull vol. II (antologia, Chrysalis, 1977) | ||
| Heavy Horses (Chrysalis, 1978) | 6.5 | |
| Live - Bursting Out (Chrysalis, 1978) | ||
| Stormwatch (Chrysalis, 1979) | 7 | |
| A (Chrysalis, 1980) | 5 | |
| The Broadsword And The Beast (Chrysalis, 1982) | 6 | |
| Under Wraps (Chrysalis, 1984) | 4.5 | |
| Original Masters (antologia, Chrysalis, 1985) | ||
| Crest Of A Knave (Chrysalis, 1987) | 6.5 | |
| 20 Years Of Jethro Tull (triplo cd, antologia, Chrysalis, 1988) | ||
| Rock Island (Chrysalis, 1989) | 6 | |
| Catfish Rising (Chrysalis, 1991) | 6 | |
| Live At The Hammersmith 1984 (DEI, 1991) | ||
| A Little Light Music (Chrysalis, 1992) | ||
| The Best Of Jethro Tull: The Anniversary Collection (doppio cd, Chrysalis, 1993) | ||
| Roots To Branches (Chrysalis, 1995) | 5.5 | |
| In Concert (live, Windsong, 1995) | ||
| Dot Com (Varese, 1999) | 6 | |
| The Christmas Album (Fuel 2000, 2003) | 6 | |
| The Best Of Acoustic (antologia, Emi, 2007) | ||
| Thick As A Brick 2 (Emi, 2012) | 6 | |
| The Zealot Gene (Inside Out Music, 2022) | 6.5 | |
| RökFlöte (Inside Out Music, 2023) | 6 | |
| Curious Ruminant (Inside Out Music, 2023) | 6 |