Oltre alla voce Mauro Giovanardi, perso in tronfi album infestati di cover, anche la meno visibile altra metà degli originari La Crus, il multistrumentista Cesare Malfatti, in seguito a progetti paralleli come Dining Rooms e Amor Fou, avvia una personale carriera solista con “Cesare Malfatti” (2011). Il secondo “Una mia distrazione” toglie di mezzo gli elementi alieni di questo primo albo (tastiere e distorsione elettrica) per sciorinare snellamente una serie di serenate sinfoniche.
Rispetto alle ambizioni sanremesi dell’ex-collega, in Malfatti emerge un’umiltà più raffinata e quantomeno autoriale, dai tanghi con canto tenue alla Mario Barbaja di “Se tu sei qui”, della title track - con leggero tip-tap - e di “Apro gli occhi”, al Cristiano Godano più light impiantato in una ambience para-orchestrale alla Lucio Battisti di “Andare via” e forte di una jam pianistica centrale, e “Piove”, all’Angelo Branduardi-iana “Siamo soli insieme”, che può fregiarsi di gran florilegi di acustica e archi. Appena maggiore impeto quasi-fusion affiora dal nervoso piano carioca di “Per noi”, e in parte di “Cantare”.
Il difetto maggiore sono le canzoni che, per struttura diafana e per impostazione costantemente afona, blindano orchestrazioni eleganti nel loro immacolato tepore. Da un arrangiatore malizioso come il milanese Malfatti, classe '64, e dalla jazzata co-produzione di Paolo Iafelice non ci si poteva aspettare altro. In un solo episodio vi è la giusta miscela: “Vivere”. Archi di Vicenzo Di Silvestro, ben catturati da Davide Rosa al Blue Spirit di Milano. All’inizio di “Marzo” gagnola la cagnetta Pina. Preceduto dal live “Due anni dopo” (2013).