I milanesi Soviet Malpensa di Claudio Turco, trascorso un “Requiem per i discografici italiani” (2010), fanno saltar fuori tutte le loro intenzioni avanguardiste sonorizzando il classico di Fritz Lang, “Metropolis”, pubblicandone poi un estratto su “Herzmaschine” (2011), una raccolta di meditazioni post-industrial a tecnica mista. Gli fa seguito il secondo ufficiale “Slowdonia” (2013), improntato a un curioso shoegaze. Qui si chiude la prima fase della band.
Anni dopo appaiono due singoli, la sinistra ballata pop “Lucifer” (2017) e l’elettronica ballabile di “Pluto” (2017), i preludi del terzo “Astroecology”, dunque dedito a un grunge esistenzialista, depresso e intellettuale, talvolta impepato con fraseggi epici (“Quasi tenebra”), talaltra con sitar, distorsioni digitali, effetti sonori (“Heaven”, “Europa Afterlife”), ritrovando infine l’umanità in una placida, aerea serenata in coro come “La scienza dei sogni”.
La band (nuovo batterista: Massimo De Cario) conferma la sua obliquità confondendo i tratti del suo suono, appena più radio-friendly, con un modus elegantemente sbrigliato ma non troppo: libera la forma-canzone, quasi mai un vero ritornello, più spesso flussi di coscienza, e pure a mezzo volume, persino cadaverici, libera la lingua, in intermittenza italiano-inglese, l’assetto - anche solo strumentale (“Habitat 7220”) - l’orchestrazione, l’armonia, onirica come sotto sedativi, fino a sfiorare l’astrazione. Più somma delle parti che tutto, ha dunque i suoi deficit: su tutto manca una vera scintilla, v’è qualche punto indeciso e sfaldato e un finale - “This Is The Life” - insoddisfacente. Suoni campionati in Islanda, e sono field recordings in piena regola.