Soviet Malpensa si formano tra Milano e Como nel 2008. Dello stesso anno è il loro disco d’esordio, “Musica elettrificata da ascoltare nei boschi”, un piccolo gioiello di revival wave italica, dotato di canto disumanizzato, arrangiamenti isterici e canto sfasato e ripetitivo. Un altro risultato è il remix di “Atomic Heels” dei Secret Machines, che vale alla band un riconoscimento internazionale.
Il secondo disco lungo, “Requiem per i discografici italiani”, è arrangiato, registrato e cantato in una forma più conforme al mainstream, pure implementando tocchi atmosferici deliziosi che stemperano le canzoni, tanto da divenire vere e proprie power-ballad populiste degne dei Soul Asylum (“La memoria dei pesci rossi”, “La coscienza elastica”), o il post-grunge dei tardi Csi, con supporto elettronico (“Le iene dello zoo di Berlino”).
L’effetto globale è alienante, nel senso che elementi disturbanti si accoppiano a melodie depresse e a campioni metronomici. Anche in litanie industrial in rima come “Inverni nucleari” la materia è calda e (moderatamente) emotiva, e costruzioni tutte Kraftwerk-iane come “Sangue dal naso” generano canzoni afone (idem per “Stalker” e il suo poliritmo frenetico, in cui lo stesso procedimento riporta ai primi Bluvertigo). Il vertice si ha forse nell’accostamento tra canto gregoriano alla Battiato e sottofondo labirintico di feedback, percussioni e campioni di “Dio non mi ha dato la costanza”.
La voce, spesso filtrata, sembra affetta dal vizio di ripetere piccoli motti che non giovano al sound. Accortamente, gli sballi dream-pop di “Negli aeroporti d’Europa” sono introdotti da vocalizzi femminili in stile “Great Gig In The Sky” dei Pink Floyd, e “Massive Dirge” è uno strumentale di tre minuti (l’altro gioiellino del disco) che impiega un lamento di muezzin su tempo punk-rock e folate shoegaze. “Pol Pot Cannibal Corpse” ha la più creativa distorsione di chitarra, un battito riverberato e rintocchi di synth, ma soprattutto un’altalena di registri grave-strillato nel canto, una versione sciatta dei Cccp.
Appurato il vero difetto della raccolta, cioè quello di non abbracciare nessun vero registro comunicativo, ma di palparne alcuni (specie quello esistenzialistico), diventa un disco che si propone - con esiti alterni - come diario di stimoli (in evoluzione) più che come messaggio generazionale. Suono e arredo sonico invitano all’ascolto, complice la registrazione austera in lo-fi, senza studio professionale né budget (ma con la supervisione di Claudio Turco, anche autore dei testi, supportato da Massimo Montorfano, Davide Restelli, e i featuring di Silvia Zaira, Davide Ghirardello e Federica Crippa). Vincitori dell’edizione 2010 delle selezioni Controradio (Firenze).