E se il Giappone avesse trovato nei Dos Monos la sua nuova promessa hip-hop? Non che nel mentre sia rimasto sguarnito di talenti di pregio e Mc di stazza, fa sempre piacere però vedere rimpolpate le fila di un genere che nel paese del Sol Levante si è sempre contraddistinto per coraggio e attenzione alla ricerca. Quanto ad audacia, il qui presente terzetto ha ben poco da invidiare a ben più blasonati interpreti del settore, nazionali e non. Zo Zhit, Taitan Man e Botsu (di più sul loro conto non vi sarà dato chiedere) sciolgono i dubbi dopo una breve sequela di singoli, e spiegano a gonfie vele il loro bislacco bastimento hip-hop, in cui maestria tecnica e sperimentazione a briglia sciolta la fanno da padrone assolute. In rotta di fuga dalle convenzioni del rap contemporaneo, il trio scava nel passato (specie se afferente all'universo jazz) per scovare squarci di futuro, in un forsennato ma piacevolissimo marasma che combina spunti
retrò, estratti cinematografici, grassi
pattern ritmici di matrice
boom-bap e quant'altro a supporto di
flow tra i più versatili sulla piazza, che spazzano via la gran parte della sonnolenta concorrenza. Tanto di cappello, per un progetto che ha appena cominciato a muovere i suoi primi passi.
Con le dovute differenze, il senso ultimo dell'intera operazione non si rivela troppo discosto da quanto approntato dall'accoppiata Freddie Gibbs/
Madlib, nell'ottica di un recupero sostanziale di attitudini e costrutti appartenenti a decenni passati, capaci ancora però di gettare sprazzi di luce inattesi, che danno slancio all'intera scena. A questo fine, il ricorso a un convulso paradigma di campionamenti, che spaziano dalla linea di sassofono inclusa in “Brilliant Corners” di
Thelonious Monk (l'attacco di “In 20xx”) ai dialoghi di “
Taxi Driver” (“EPH (wo wo)”) riescono a non suonare obsoleti in un panorama retto da narcolettici
triplet trap e aggressivi
beat drill, mantenendo un'energia contagiosa e una freschezza produttiva di prim'ordine. Anche la caratterizzazione dei dettagli “atmosferici” e delle tessiture emotive, pur nella durata succinta dei brani, racconta di un terzetto che manovra con grande estro e raffinatezza ogni dettaglio, in grado di potenziare i contorni schizoidi dell'opera con un adeguato controllo sulle progressioni e una grande complicità interpretativa.
In un
mood che cangia dall'apocalisse incombente alla disfatta già avvenuta, “Clean Ya Nerves (Cleopatra)” è capolavoro sincretico, in cui armonie glitch-jazz e un pianoforte svalvolato diventano la valvola di sfogo per le confessioni più ermetiche dei Dos Monos, tra menzioni alla tragedia greca, frammenti di storia egizia e accenni alla politica sovietica. “Schizoidian” d'altronde si esplicita sin dal titolo, una babele free-jazz su cui si innestano battiti esplosivi, perfettamente in sintonia con i costanti cambi di
flow.
Con il dovuto spazio anche a momenti più distesi (le sinestesie in fascia
cLOUDDEAD di “Bacchus”, le dolorose dichiarazioni personali di Zo Zhit nella
venture psichedelica di “Agharta”) i Dos Monos confezionano un disco tanto breve nel decorso quanto imponente nella realizzazione, di quelli che profetizzano il lancio di una carriera di peso. Gli ingredienti di qualità proprio non mancano.