Madlib

The Beat Konducta Vol.1-2: Movie Scenes

2006 (Stones Throw) | hip-hop strumentale

Perché quando si parla di Otis Jackson Jr. (nomen omen?) ci si riferisce a lui scegliendo quasi sempre il moniker Madlib? Eppure di nomi ne ha cambiati tanti, in quella che è già una luminosa carriera, per quanto ancora breve. Forse ha venduto di più come Quasimoto, il folle rapper dalla voce all’elio. O più note sono le sue collaborazioni a nome Jaylib (con il compianto Jay Dee) o Madvillain (con l’incredibile MF Doom).
Eppure spesso si ha l’impressione, ascoltando i suoi dischi, di essere in presenza di un mondo favoloso nel quale, però, non è permesso entrare. E di cui l’ alter ego Madlib, con le sue pochissime pubblicazioni, sembra essere l’esclusiva chiave d’accesso, l’unica visione dall’interno, la sola possibilità di comprendere a fondo. Ed è lui stesso a compiere una scelta significativa: solo nelle copertine degli album a nome Madlib mostra chiaramente la propria faccia.

Questo è il secondo album di Madlib, possiamo dire. E’ un cd che raccoglie i due volumi intitolati "The Beat Konducta", il primo dei quali era uscito l’anno scorso solo su vinile (tracce da 1 a 16). Se "Shades of Blue" (2003) riprendeva l’archivio Blue Note a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, "The Beat Konducta" mostra un afflato ecumenico ben più ampio. Il metodo di lavoro è più o meno lo stesso: Madlib campiona, suona sopra con i suoi mille attrezzi, lavora di computer e di turntable finché non ottiene la materia musicale desiderata. Ma stavolta prende di tutto, e ricompone secondo percorsi profondamente personali, piegando i campioni a una volontà creatrice ben più evidente che non in "Shades of Blue". Una volontà creatrice che non è più forma, ma esplicitamente, sfacciatamente contenuto. E che contenuto. C’è una manifesta aspirazione all’Olimpo dei Classici, in questo disco. Di solito intenzioni del genere portano al fallimento, ma stavolta no.

Perché qua c’è davvero l’ultimo mezzo secolo della musica nera, e forse qualche anno in più. Dal gangsta (i pochi pezzi in cui c’è del rappato, proveniente da chissà dove, e certe ritmiche dure e immediate) al vecchio soul e ancor prima, passando da tutto quel che sta in mezzo. Come la militanza afroamericana post-‘68. La splendida "Pyramids (Change)" campiona per intero "Funny How Things Can Change" dei Watts Prophets, un pezzo che, per gli insistiti "nigga" del finale, richiama anche il doloroso/canzonatorio mantra di un brano storico come il coevo "Niggers Are Scared Of The Revolution" dei Last Poets. Ma qui, come nel brevissimo recitato dei Prophets, "nigga" diviene "a gun".
Non è che uno dei colpi di genio presenti nell’intero album. "Open (Space)", per esempio, in cui Madlib risuona il tema di "Trans-Europe Express", sostituendo il suono del treno dei Kraftwerk con un beat hip-hop che ha esattamente la stessa cadenza. Si annulla in un battito di drum-machine ogni distanza fra ispiratori e ispirati (dai technocrati detroitiani ad Afrika Bambaataa e discepoli). Si fanno immediatamente chiarissimi, nella loro semplicità, chilometri di ramificazioni genealogiche. Grandioso.

Praticamente ogni pezzo ha il suo perché, le sue radici, i suoi riferimenti, le sue riflessioni da portare. Noi ci limitiamo a citare alcuni momenti. Come le aperte citazioni di Isaac Hayes e dell’etichetta del soul che fa schioccare le dita, di cui "Stax (Strings)" riprende addirittura il nome. O richiami alle vecchie colonne sonore blaxploitation come "Tape Hiss (Dirty)" e "Friends (Foes)", nonché episodi straordinariamente moderni come "Third Ear (More)", che sembra Dabrye. Ma ci si può soffermare anche sulla pura e semplice bellezza: "Left On Silverlake (Ride)", "The Comeup (Come Down)" e "Black Mozart (Opus II)" solo per elencarne altre tre.

Forse ci ripetiamo, ma qua dentro c’è tutto. Anche nei titoli si riscontrano moltissimi dei topos afroamericani di ogni epoca, come il magnaccia, l’utopia africana, la caccia ai soldi, il ghetto, il gangsterismo, lo spazio e altro ancora. Senza parlare (pochissime le parole, in tutto il disco) Madlib ricostruisce il film di una coscienza collettiva attraverso la sua colonna sonora. Ed è una coscienza collettiva, quella afroamericana, che inevitabilmente tocca anche noi "esterni", oggi. E che, fatalmente, si fa nostra. E’ già nostra, nella musica e nella vita, come ci ricorda Spike Lee dai tempi di "Fa’ la cosa giusta".

(19/12/2006)

  • Tracklist
  1. The Comeback (Madlib)
  2. The Payback (Gotta)
  3. Face The Sun (Africa)
  4. Open (Space)
  5. Tape Hiss (Dirty)
  6. Sir Bang (Bounce)
  7. Third Ear (More)
  8. Stax (Strings)
  9. Electric Company (Voltage-Watts)
  10. Left On Silverlake (Ride)
  11. Painted Pictures (Art)
  12. Gold Jungle (Tribe)
  13. Offbeat (Groove)
  14. Pyramids (Change)
  15. Eternal Broadcaster (Authentic)
  16. Spanish Bells (High Dreams)
  17. The Rock (Humps)
  18. Box Top (Cardboard Dues)
  19. West Zone (Coastin)
  20. Filthy (Untouched)
  21. Friends (Foes)
  22. Toe Fat (Ghettozone)
  23. Money Hugger (Gold Diggin)
  24. The Comeup (Come Down)
  25. Two Timer (The Pimp)
  26. Chopstyle (Suey Blast)
  27. Black Mozart (Opus II)
  28. Understanding (Comprehension)
  29. Snake Charmer (Heads Up)
  30. Old Age (Youngblood)
  31. Fukwitus (The Eights)
  32. African Walk (Zamunda)
  33. Whutkanido (Can Do It)
  34. The Forest (Greens)
  35. Outerlimit (Space Ho)
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