Jadea Kelly - Roses

2022 (Darth Jadea)
folk-pop
Il quarto album della cantautrice canadese Jadea Kelly si candida tranquillamente per il podio della classifica delle più brutte copertine dell’anno. Difficile, infatti, restare ammaliati dall’immagine patinata e leggermente kitsch di “Roses”. Egualmente problematico per l’ascoltatore dover superare il disagio emotivo di trovarsi al cospetto dell’ennesima folksinger di belle speranze. Ma, a dispetto di questi fattori che fungono da deterrente, il nuovo album di Jadea Kelly merita qualche considerazione prima di essere accantonato, immeritatamente, tra gli ascolti non imprescindibili.

Ancora poco nota fuori dai confini patrii, la cantautrice ha ottenuto vari riconoscimenti e premi da parte della critica canadese ed è molto apprezzata dai fruitori delle piattaforme di streaming (Apple, Spotify, Amazon) al punto da aver superato la soglia dei due milioni di contatti. Il punto di forza di “Roses” è racchiuso nelle qualità vocali di Kelly, struggente e romantica al pari di Patsy Cline, ricca di una sensualità alla Stevie Nicks, carezzevole e versatile al punto da rimandare a molte voci femminili contemporanee (da Feist a Lana Del Rey).
Quel che forse manca è quel briciolo di azzardo e di personalità nella scrittura, che possa garantire a Kelly un posto di assoluto rilievo nel panorama cantautorale attuale. E’ comunque difficile restare insensibili alle atmosfere dream-folk di “Driveway”, allo scarno duetto tra dobro e chitarra acustica di “Any Old Boat” o all’imprevedibilità folk-roots della splendida “Happy”.

“Roses” è un disco che, a dispetto della manifesta soavità folk-pop, riesce a sorprendere grazie ad alcune pregevoli intuizioni. Non è infatti del tutto ordinaria l’evoluzione armonica e strumentale di un brano come “Ten Roses”, una ballata introspettiva e sentimentale che tiene abilmente a bada le atmosfere più country-oriented, relegando il banjo al ruolo di intruso nel corposo arrangiamento di tastiere e percussioni.
I testi spesso vengono in soccorso delle tracce musicalmente più ordinarie - il folk-pop alla Fleetwood Mac di “Temporary Farewell” e “Pitch Black”, nonché il dream-folk stile Lana Del Rey dell’estatica “Across The Stairs” e della più leggiadra title track – nello stesso tempo valorizzano quei non rari momenti di autentica ispirazione letteraria e poetica – la sofferta “Stupid Goddamn Face” e l’intensa ballata pianistica “Running To You” – offrendo più di un motivo per dare credito a un’artista sensibile e capace.




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