Anticipato dalle chitarre tintinnanti del brillante singolo "Lights Light Up", il nuovo disco di Fenne Lily recupera e aggiorna alcuni temi già apparsi nelle sue precedenti raccolte. Ancor più che in "Breach", la relazione amorosa è ora il principale oggetto del discorso lirico, anche se non viene più osservata esclusivamente da un'angolazione postuma, dopo il suo avvenuto disfarsi, ma è analizzata lungo un più ampio arco temporale e da differenti prospettive. Le canzoni di "Big Picture" pendolano infatti tra il complicarsi delle dinamiche relazionali e il tentativo di trovare delle soluzioni alle tensioni latenti nella coppia, tra alcuni momenti di morbida gioiosità e tristi prefigurazioni riguardanti la fine del rapporto. Proprio il ritornello di "Lights Light Up" riassume in quattro versi i dubbi e le incertezze che si ritrovano all'interno della raccolta:
And he said 'So, do you ever wanna leave here?'
And she said 'Well, that depends on the day'
And he said 'Oh, do you even wanna be here?'
And she said 'Well that depends on the way'
D'altronde già la traccia iniziale, "Map Of Japan", manifesta la necessità di un cambiamento per superare la stagnazione emotiva ed esistenziale: "I'm getting tired of looking at the same old sky/ and you're getting tired, say 'honey, so am I'". Il canto delicato, quasi sussurrato, su un arrangiamento indie-folk elettrificato, memore della "Michelangelo" di Cassandra Jenkins, segnala però un marcato senso di pace. Laddove brani come "Birthday", "I Used To Hate My Body But Now I Just Hate You" e "I, Nietzsche" sublimavano con uno sfogo catartico la frustrazione nei confronti di ex-partner, in "Big Picture" emerge a più riprese la lucida accettazione che, come conclude lei stessa in "Dawncolored Horse", "nothing is forever after all".
Si rallenta con gli accordi armonici di "2+2", spostando gradualmente il focus dalle influenze indie-pop in direzione folk: non è raro perciò scorgere (qui e in seguito) rimandi agli ultimi Big Thief, alla produzione solista di Adrianne Lenker, a una Julien Baker ancora in via di maturazione, e soprattutto alle arie più soavi e riflessive di Bedouine.
L'album subisce una lieve flessione con un paio di passaggi non completamente centrati, ovvero la malinconica "Superglued", traccia dal carattere dream-folk, accesa gradualmente dai tremolii elettrificati in coda, e la mesta e lineare ballad "Henry". Molto più riuscita sul piano melodico è invece la concitata "Pick", che si muove tra giochi di chitarra acustica e cori sovrapposti. Il fattore tempo è protagonista di "In My Own Time" e nella sottile "Red Deer Day", dove funge prevalentemente da cura per ritrovare il proprio equilibrio e stare meglio.
Watching the world outside moving too fast
Makes me wonder if we are as well
I told you I love you and mean it completely
I just can’t say the same to myself
Amare l'altro più di se stessi: il senso di incompletezza espresso in "Half Finished" rappresenta un tentativo di non chiudere totalmente un rapporto, lasciando uno spazio bianco, in parte per effettiva incomunicabilità, oltre che per la necessità di comprendere se una cosa possa davvero funzionare, senza snaturarsi e cercare di cambiare l'altro.
A fronte di un lato A più pop e immediato, una successiva fase più ponderata e meditabonda votata all'indie-folk puro, e nonostante il piccolo calo riscontrato nella parte centrale, i grovigli interiori e affettivi dipinti ad acquerello da Fenne Lily in "Big Picture" si attestano a comporre la sua opera più coraggiosa. Dal punto di vista lirico e delle sonorità, molto più semplici e di conseguenza rischiose, la cantautrice di stanza a New York prosegue la sua ricerca di identità e di una maturità che ormai sembra essere alle porte.