È sul territorio della composizione elettroacustica più accurata che si svolge il confronto artistico tra Giancarlo Toniutti, Deison e Massimo Toniutti, convergenza sinergica da cui scaturisce un virtuoso esempio di quanto le avanguardie novecentesche influiscano ancora su determinate dinamiche sonore del contemporaneo. L’importanza delle premesse, la precisione dei gesti e delle successive manipolazioni, le possibilità offerte dall’alea: tutto concorre alla definizione di strutture profondamente stratificate il cui valore esperienziale è fulcro e sostanza.
Stridori, graffi, risonanze ambientali si fronteggiano coagulandosi secondo densità cangianti, costruendo un substrato marcatamente materico da attraversare consapevoli di quanto suono e rumore siano due facce della stessa sostanza. Gli incastri tra le differenti parti sono aspri eppure sempre inappuntabili, la trama è enigmatica, scevra da qualsivoglia inclinazione melodica che ne possa stemperare l’andamento ottundente, a tratti sulfureo. Quella messa in atto dai tre musicisti è una lenta discesa in un microcosmo che predilige esaltare il dettaglio per renderlo protagonista di un incedere evocativo, che si muove in modo straniante tra ambienti sinistri (“L’insetto settimanale”) e flussi crepitanti dall’impronta organica (“Aghi ad ortografia”) fino a riversarsi in una distesa concrète priva di spiragli di luce ("Il resto dei vertebrati").
Un’opera intesa dall’approccio al tempo stesso libero e rigoroso, diretta a chi chiede al suono di andare oltre ogni convenzione ricercando una forma sensoriale preminente.