Aïta Mon Amour - Abda

2025 (Shouka)
aïta, electro

A volte i nomi dei gruppi dicono già tutto, o quasi. Nel caso di Aïta Mon Amour c’è di sicuro ben poco da aggiungere. Occorre tuttavia specificare cosa sia veramente l’aïta, il genere marocchino delle chikhates, le cantanti che per secoli hanno custodito attraverso storie popolari riti secolari in auge tra le comunità beduine, in particolare nella regione marocchina lungo la costa atlantica. L'aïta è un ibrido di volteggi blues e lamenti atti a dar voce alle poesie, ma soprattutto alle problematiche delle varie comunità. Aïta vuol dire infatti "urlo", ma può essere inteso anche come "chiamata", nello specifico quella dei guerrieri del XII secolo.

La dichiarazione d’amore del duo, formato dalla rapper marocchina Widad Mjama, la prima donna, in sostanza, a fare hip-hop nel suo paese, e dal compositore elettronico tunisino Khalil EPI, sottintende anche uno smarcamento dal genere originario, dunque una sorta di omaggio al passato con l’intento di abbandonarlo subito e strapazzarlo secondo il proprio verbo.
Nelle canzoni di “Abda” non mancano ritmi ossessivi e sincronizzati, creati digitalmente o alla stregua dei musicisti aïta, che utilizzavano percussioni vere, come il loutar (un tipo di liuto), oltre ovviamente al violino. E basterebbe assistere a un concerto di Widad Mjama e Khalil EPI per avere un’idea dell’impeto totale di un duo a dir poco ben assortito.

“Abda” nasce così per celebrare un genere talvolta sepolto e innalzare di volta in volta un ponte generazionale. Per farlo Widad si affida a testi che esaltano in più occasioni l’emancipazione della donna, senza però mai tradire il messaggio d’amore universale lanciato dalle chikhates a suo tempo, mentre Khalil inscena a ripetizione tribalismi e riff d’assalto, a cominciare dall’introduttiva “Radouni”, che in arabo marocchino antico significa “aspettami”, una canzone con la quale i due musicisti invitano anche a radunarsi e a cantare in cerchio, o alla rinfusa, poco importa: l’imperativo è aggregarsi, e invocare in coro il proprio spirito per unirlo a quello dei propri avi.

Per fortuna l’elettronica di Khalil non è mai eccessiva, e asseconda a dovere il canto sanguigno di Widad nelle nove canzoni di un album in cui non mancano inserti corali, perlopiù al maschile (“Ammela”), ballate tragiche come “L’Hdawiyet”, che narra la fuga della giovane Fatma dalle pressioni sociali, o brani dal passo mesto e dalle atmosfere noir (“Kebet El Kheyl”).
C’è poi” Sidi Hmed” che racconta la storia di una donna vissuta nel XVIII secolo, quando gli uomini andavano sui campi di battaglia per proteggere la propria terra. E ancora l’elettrificazione dell’aïta scevra da compromessi nella traballante “Dami”, ennesimo esempio di come certe tradizioni possano essere “reinventate” sotto nuova veste e senza per questo snaturarsi e rinunciare alla loro essenza.

Non resta dunque che attendere gli Aïta Mon Amour anche dalle nostre parti, per ammirarli dal vivo e invocare con loro angeli, demoni e tutto ciò che smuove anima e corpo.

Tracklist

  1. Radouni
  2. Ammela
  3. L’wed l’wed
  4. l’Hdawiyet
  5. Kebet El Kheyl
  6. Sidi Hme
  7. Dami
  8. Chalini
  9. Hajti fi Grini




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