Gli album di Lonnie Holley sono diari di vita vissuta: un concentrato di rabbia, paura, amarezza, sgomento e amore, sì, amore, una parola che è presente con forza nell’ultimo progetto “Tonky”, seguito di quel capolavoro di emotional blues “Oh Me, Oh My” che ha svelato pagine ancor più intime di un artista dal passato travagliato, che ha trovato nell’amore per l’arte la via di fuga da una vita svenduta dai genitori per una bottiglia di whisky.
I nove minuti di “Seeds” sono la pagina più potente che l’artista americano abbia messo in campo, un coming out emotivo adagiato su uno straziante tappeto sonoro di synth e archi, un lungo elenco di soprusi e violenze, quelle subite in un carcere dell’Alabama, un racconto drammatico dove non trovano spazio la vendetta o l’odio: per Lonnie essere vivo è un motivo sufficiente per una rinascita spirituale e umana.
Che il musicista statunitense abbia affidato a “Seeds” l’apertura del nuovo disco è fortemente simbolico, al pari di “O Superman” di Laurie Anderson e di “Jesus Blood Never Failed Me Yet” di Gavin Bryars e Tom Waits. Il brano rappresenta la chiave di lettura dell’intero progetto. Le tracce poste al seguito sembrano voler tracciare le linee tematiche di un rinnovamento che trova linfa vitale nella mai smarrita gioia di vivere (“Life”), nell’indomita natura ribelle (“Protest With Love”) e nell’abilità dell’artista americano di dar vita a nuovi oggetti con materiale recuperato nelle discariche, come nel caso di “The Burden (I Turned Nothing Into Something)”.
L’abilità narrativa di Lonnie Holley resta centrale, anche se la presenza di vari ospiti dona a “Tonky” inattese digressioni verso ambientazioni sonore afro (“Kings In The Jungle, Slaves In The Field”), un travolgente e furioso soul-rock dalle timbriche metalliche e taglienti (“What’s Goin On?”) e una ballata ricca di speranza e dolcezza (“A Change Is Gonna Come”). Che le due ultime canzoni citate rimandino a due classici della musica black non è un caso: Marvin Gaye e Sam Cooke sono sempre stati due fonti d’ispirazione per il musicista dell’Alabama, due figure di spicco di quella rivolta silente ma efficiente che Lonnie abbraccia senza rancore o indolenza.
Musicalmente “Tonky” è un’appendice al precedente “Oh Me, Oh My”, non solo perché condivide lo stesso produttore Jacknife Lee, ma anche per la medesima natura esplorativa che offre spazio a residui di musica industrial nell’oscura “I Looked Over My Shoulder” e nella breve “Fear”, eleganti fraseggi jazz minimal in “Strength Of A Song” (con Alabaster DePlume) e graffi blues (“That’s Not Art, That’s Not Music”).
“Tonky” è un altro viaggio intimo e oscuro: Lonnie Holley racconta di sentimenti e sofferenza con una schiettezza che induce alla riflessione, un’analisi profonda che costringe l’autore a mettersi in discussione in un’altra delle pagine più commoventi, “Did I Do Enough?”, ennesima dimostrazione di un’autenticità artistica che non smette di sorprendere.